Nasi lunghi contro nasi corti. Sul Nilo 13mila anni fa la prima guerra mondiale

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 28 Luglio 2014 15:04 | Ultimo aggiornamento: 28 Luglio 2014 15:04
Nasi lunghi contro nasi corti. Sul Nilo 13mila anni fa la prima guerra mondiale

Nasi lunghi contro nasi corti. Sul Nilo 13mila anni fa la prima guerra mondiale

IL CAIRO – Se la madre di tutte le guerre si combatté nel deserto iracheno alla fine del secolo scorso, quella che si combatté 13 millenni fa, in un altro deserto, può essere a buon diritto definita la nonna di tutte le guerre. E’ infatti sulle rive del Nilo, nell’attuale Sudan, che gli archeologi hanno trovato, ormai quasi 50 anni fa ma solo ora se ne sta capendo l’importanza, i resti di quella che è la prima battaglia tra essere umani di cui sia rimasta traccia.

Mancavano circa 12mila anni alla nascita Cristo, una manciata di millenni all’esplosione dell’impero egiziano e circa 10 millenni alla creazione dell’impero romano quando, nel torrido deserto africano, due gruppi etnici si incontrarono e scontrarono. Massacrandosi. E’ la storia che raccontano il “cimitero 117” e gli scheletri di Jebel Sahaba.

A quell’epoca, quando l’Europa era ancora nella morsa della glaciazione, dopo un periodo di clima favorevole che aveva permesso l’espansione delle prime comunità umane, un periodo di siccità mise queste in crisi e, soprattutto, in forte competizione fra loro. E’ in questo contesto che va inserito lo scontro di cui oggi gli archeologi di mezzo mondo stanno studiando le tracce.

Due gruppi etnici, entrambi formati da homo sapiens, si incontrarono sulla strada che portava alla sempre più rara acqua. Uno veniva da nord, forse dal Mediterraneo, ed era costituito da uomini con nasi lunghi, arti corti e muscolosi, un tronco sviluppato ed un viso piatto. Di fronte, dall’altra parte, uomini con arti più lunghi e nasi schiacciati.

I due “eserciti” ante litteram erano, nonostante i tempi, ottimamente armati. Un dato confermato dai segni ritrovati sulle ossa recuperate. Segni che mostrano come la battaglia sia stata combattuta con lance e frecce scagliate, verosimilmente, anche da distanza notevole. Scienziati francesi, in collaborazione con il British Museum, hanno esaminato decine di scheletri, la maggioranza dei quali sembrano infatti essere stati uccisi da arcieri con frecce con punta di selce. Negli ultimi due anni poi gli antropologi della Bordeaux University hanno scoperto dozzine di segni di impatto di freccia non rilevati in precedenza e frammenti di punte di freccia in selce sia sulle ossa delle vittime che intorno ai loro resti. Questa scoperta suggerisce che la maggior parte degli individui scoperti a Jebel Sahaba – uomini, donne e bambini -, siano stati uccisi da arcieri nemici, e poi sepolti dalla loro stessa gente. Le nuove ricerche dimostrano poi che gli attacchi (ma sarebbe meglio parlare di una guerra prolungata di basso livello) hanno avuto luogo nel corso di molti mesi se non di anni.

Ma chi erano queste popolazioni in lotta tra loro? A questa domanda sta cercando di dare una risposta una ricerca parallela curata dalla Liverpool John Moores University, dalla University of Alaska e dalla New Orleans Tulane University. Dai primi risultati si può dire che gli aggrediti, gli uomini con i nasi piatti e larghi che venivano da sud, facevano parte della popolazione sub-sahariana originaria – gli antenati dei moderni africani neri. L’identità dei loro assassini è invece meno facile da determinare. “Ma è plausibile – spiegano gli antropologi – fossero persone di un gruppo razziale ed etnico totalmente diverso – parte di una popolazione nordafricano / levantina / europea che viveva in gran parte del bacino del Mediterraneo. I due gruppi – anche se entrambi parte della nostra specie, Homo sapiens – sarebbero sembrati molto diversi tra di loro ed erano anche quasi certamente diversi culturalmente e linguisticamente”.

Entrambi i gruppi erano molto muscolosi e strutturalmente forti. “Certamente la zona settentrionale del Sudan in questo periodo vedeva la presenza dei due gruppi etnici, dal momento che tracce del gruppo nord africano/levantino/europeo originario del Nord Africa sono state trovate anche 200 miglia a sud di Jebel Sahaba, suggerendo così che le vittime furono uccise in una zona dove operavano entrambe le popolazioni”.

Non è un caso che le due tribù o i due clan rivali siano venuti in conflitto proprio 13mila anni fa, periodo di enorme concorrenza per le risorse a causa di una grave crisi climatica che, soprattutto nel periodo estivo, prosciugava molte sorgenti d’acqua. La crisi climatica – conosciuto come il periodo Younger Dryas – era stato preceduto da uno molto più lussureggiante, con condizioni più umide e più calde che avevano consentito alle popolazioni di espandersi. Ma quando le condizioni climatiche peggiorarono durante il Younger Dryas, le pozze d’acqua si prosciugarono, la vegetazione appassì e gli animali morirono o si spostarono verso l’unica fonte di acqua ancora disponibile per tutto l’anno: il Nilo. Gli esseri umani di tutti i gruppi etnici della zona sono stati costretti a seguire l’esempio – e migrarono verso le sponde del grande fiume (in particolare la sponda orientale). A causa della competizione per le limitate risorse, i gruppi umani si sarebbero inevitabilmente scontrati – e la ricerca in corso sta dimostrando la scala di questo primo notevole conflitto umano.

I resti erano stati trovati nel 1964 dall’archeologo americano Fred Wendorf durante gli scavi finanziati dall’Unesco per analizzare i siti archeologici che stavano per essere sommersi dalla diga di Assuan. Ma, fino alle attuali indagini in corso, non erano mai stati esaminati con la moderna tecnologia che oggi ha permesso agli scienziati appunto di identificare quella che potrebbe essere la più antica guerra razziale, combattuta 13mila anni fa ai margini del Sahara. Infatti tutto il materiale di Jebel Sahaba era stato portato da Fred Wendorf nel suo laboratorio in Texas, e solo 30 anni dopo è stato trasferito alla cura del British Museum, che ora sta lavorando con altri scienziati per effettuare una nuova importante analisi su questi resti. “Il materiale scheletrico è di grande importanza – non solo a causa delle prove di conflitto, ma anche perché il cimitero di  Jebel Sahaba è il più antico scoperto nella Valle del Nilo finora”, spiega Daniel Antoine, tra i curatori del British Museum.