I marò e il principio che fonda il diritto internazionale

di Antonio Buttazzo
Pubblicato il 14 Marzo 2013 - 12:25| Aggiornato il 2 Ottobre 2022 OLTRE 6 MESI FA

ROMA – Pacta servanda sunt. È questo il principio universale che fonda il diritto internazionale. È lecito quindi chiedersi se il Governo italiano ha o meno violato la legge ed il diritto consuetudinario allorquando ha unilateralmente deciso che i marò sottoposti ad un procedimento penale in India non sarebbero rientrati dopo le elezioni italiane in Kerala.

Anzitutto giova precisare che la decisione non è dei due militari ma del Governo italiano, espressa dal Ministro degli Esteri con nota diplomatica, riteniamo quindi assunta collegialmente dall’esecutivo con un atto politico condiviso. D’altro canto è anche comprensibile, in quanto il Governo italiano intende porre all’evidenza della comunità internazionale la violazione da parte dell’India di norme cogenti, poiché le autorità indiane non avrebbero rispettato quanto previsto dalla convenzione di Montego Bay in tema di diritto marittimo internazionale.

In particolare non avrebbero riconosciuto i fatti commessi in acque internazionali e pertanto non soggetti alla giurisdizione indiana bensì a quella italiana in quanto il mercantile su cui operavano i militari batteva la nostra bandiera. Può senz’altro convenirsi con questo, il Governo Indiano non aveva il diritto di obbligare il mercantile italiano ad entrare nelle proprie acque territoriali e di certo il comandante del mercantile italiano avrebbe dovuto rifiutarsi di obbedire a quell’ordine impartito in violazione di legge. Ma una volta obbedito appariva chiaro che la questione si sarebbe complicata. D’altro canto ovviamente la partita si sarebbe giocata su diversi piani oltre quello giuridico poiché la questione ha un indubbio riflesso politico oltre che diplomatico.

Il Governo indiano infatti non poteva non tenere in considerazione le reazioni, per molti versi legittime ,della comunità dei pescatori e più in generale anche le ragioni di orgoglio nazionale. Senz’altro i tempi della giustizia indiana non hanno favorito una soluzione rapida ed addirittura la decisione della Corte Suprema che ha statuito la necessità di un Tribunale speciale, peraltro da costituire, ha indotto il governo italiano a forzare la mano impedendo il rientro dei Marò e porre quindi il problema alla comunità internazionale. Tuttavia, a rigore neanche la presa di posizione del Governo italiano, con la quale si afferma che a giudicare i militari debba essere un Tribunale italiano gode di grande conforto giuridico.

La già detta convenzione di Montego Bay, il primo grande sforzo di dare unitarietà al diritto marittimo internazionale, prevede infatti la costituzione di un Tribunale arbitrale per risolvere le controversie che sorgono sulla interpretazione del Trattato ratificato sia dall’Italia che dall’India. Questa quindi appare la via maestra , auspicata anche dall’ONU ,che sarebbe garante delle ragioni di sovranità nazionale che sembra poi essere la reale posta in gioco nella vicenda in questione. Il rispetto quindi del diritto internazionale per la tutela delle proprie ragioni e non le prese di posizione né da una parte e dall’altra parte dovrebbe essere dunque la via maestra per la soluzione della crisi in atto tra i due Paesi. D’altro canto l’India e l’Italia hanno sottoscritto e ratificato il trattato internazionale in materia di diritto marittimo a Montego Bay il 10.12.82 E pacta servanda sunt .