Cittadinanza italiana nel paese che si vende la faccia, l’anima e pure la mamma

di Lucio Fero
Pubblicato il 23 Settembre 2020 9:31 | Ultimo aggiornamento: 23 Settembre 2020 9:31
Cittadinanza italiana in Italia, nel paese che si vende la faccia, l'anima e pure la mamma

Cittadinanza italiana nel paese che si vende la faccia, l’anima e pure la mamma (Nella foto Ansa, Suarez il giorno dell’esame per la cittadinanza italiana)

Cittadinanza italiana, quanto vale sul mercato? Tanto, vale tanto un passaporto italiano e quindi comunitario. Valore stimabile in qualità e possibilità di vita migliore.

Cittadinanza italiana aspettano decine di migliaia, se non di più. di persone nate in Italia, andate a scuola in Italia, che in Italia, se ci riescono, lavorano e pagano tasse italiane. Aspettano fino ai 18 anni di età oppure aspettano dieci anni e anche più dalla domanda. Parlano italiano, la loro vita è in Italia ma se non sono nati da genitori italiani la Repubblica è avarissima nel concedere loro italiana cittadinanza.

REPUBBLICA AVARA DI PASSAPORTI

Repubblica avara di passaporti a chi non ha “sangue” italiano. Negli ultimi anni ancora più avara. Per gli italiani solo di fatto ma non di passaporto, oltre alla lunga attesa, oltre alla montagna di carte, oltre agli ostacoli volutamente disseminati dalle leggi varate un paio di anni fa, un esame finale di lingua italiana concepito come sbarramento.

ESAME DI ITALIANO CHE META’ (SE BASTA) POPOLAZIONE NON PASSEREBBE

L’esame di italiano per il cosiddetto livello B1 chiede al candidato alla cittadinanza non solo di intendere lingua italiana e comunicare in italiano. Chiede di pensare in italiano, occorre dar prova di concettualizzazione e quindi esposizione dei nessi logico-grammaticali in italiano. In un paese dove uno studente su tre esce dalla scuola media letteralmente incapace di leggere, scrivere e far di conto in maniera pronta ed esaustiva. In un paese in cui ad ogni ora del giorno e della notte le tv parlano e divulgano un italiano approssimativo e non di rado gutturale. In un paese dove l’analisi logica questa sconosciuta (e vilipesa). Va bene, lo si fa così duro e punitivo questo esame di italiano per non avere stranieri che diventano italiani. Lo si fa per tenerli fuori. Lo si fa per fargli lo sgambetto. Era questa l’intenzione del legislatore.

MA SIAMO ITALIANI, QUINDI DURI CON I DEBOLI, MOSCI COI FORTI

Ma siamo italiani e non solo la legge si applica ai nemici e per gli amici si interpreta, non solo fatta la legge trovato l’imbroglio…No, siamo, non tutti, capaci di dare di più, di fare di più. Siamo, qua e là, siamo, dove capita e si può italiani di mondo, e quindi la cittadinanza italiana ce la vendiamo. A chi? A uomini e donne di mondo come noi.

CALCIO METAFORA PERFETTA

E’ stato stradetto che il calcio, il mondo del calcio è metafora perfetta della società con cui e dentro la quale convive. Ecco allora una storia (di calcio?). C’è una Università, una istituzione culturale che ha, come molti, problemi di bilancio, di soldi che entrano pericolosamente in calo. C’è un mercato potenziale (calcola Sole 24 Ore) di un milione  e mezzo di euro, quello degli esami di italiani a chi vuole accedere alla cittadinanza italiana. C’è un calciatore uruguaiano, gioca in Spagna, gli serve il passaporto italiano. Fin qui tutto assodato, fin qui sono fatti acclarati e fuori discussione. Ultimo ma non ultimo c’è un’indagine su tutt’altro fatti ma nelle intercettazioni a questa indagine relative gli inquirenti ascoltano esplicite (e impudiche) conversazioni riguardanti quell’esame, quella Università, quel calciatore.

LE ACCUSE, LE IPOTESI, LE INDAGINI

Le accuse che così inquadrano i fatti: arrivano all’Università consigli perché quel calciatore passi l’esame di italiano. Consigli ad agevolare, poi arriveranno, per gentile scambio di cortesie, altri calciatori con lo stesso problema. Anzi forse tutti i calciatori con lo stesso problema. Così l’Università in questione diventa un hub della cittadinanza, si fa una clientela e un ramo di attività, cresce in marketing e introiti. Il consiglio all’Università, narrano le cronache, viene veicolato da persone vicine alla squadra, al club, all’azienda in quel momento interessata a che Suarez diventi italiano, acquistabile, schierabile in campo.

GLI ARGOMENTI A SOSTEGNO DEL CONSIGLIO

Italianissimi sono gli argomenti a sostegno del consiglio a far passare l’esame. Ecco il primo: “Guadagna 10 milioni l’anno, lo vuoi bloccare?”. Si riconosce evidente e marcata la traccia della cultura del: prima io, poi i fatti nostri, leggi e regole in coda, anzi scendano che non c’è posto.

Ecco il secondo argomento: “Non spiccica una parola di italiano. Dovrebbe passare? No, non dovrebbe, deve passare”. Dove si evidenzia l’italianissimo acconciarsi, accomodarsi. E anche la plasmabilità: infatti ci si inventa un corso di una settimana dove (secondo inquirenti) si spiega in anticipo quali domande saranno fatte e si invita il candidato ad imparare a memoria le due/tre risposte. Sembra avanspettacolo ma pare sia cronaca. E anche questo è tanto italiano.

Terzo e fondamentale argomento: ci si fa amici e amici importanti se lo si fa passare.

Quarto e italianissimo argomento: mica è la prima volta, siamo il paese che si è inventato gli oriundi in Nazionale che giocavano ma italiano parlavano neanche un po’ e siamo il paese in cui società di calcio hanno collaborato a creare passaporti falsi…

Quinto e forse ultimo e decisivo argomento: e poi che vuoi che sia, alla fine non succede nulla.

Pare, raccontano, indagano che sia andata così. Una italianissima storia normalmente miserabile. In un paese la cui società civile non ha problemi a vendersi la faccia se ne vede opportunità e vantaggi, in un paese che si vende l’anima a che ricambia in favori, in un paese che, se del caso, si è già mostrato pronto a vendersi pure la mamma, organizzatori ed autori dell’esame di italiano per Suarez hanno, loro sì, a pienissimi voti superato l’esame di italianità.