Pensioni. Patrimoniale 10% sui risparmi finanziari e non bugie sui pensionati

di Franco Abruzzo
Pubblicato il 27 Ottobre 2013 9:25 | Ultimo aggiornamento: 27 Ottobre 2013 9:25
Pensioni. Patrimoniale 10% sui risparmi finanziari e non bugie sui pensionati

Fabrizio Saccomanni non vuole una patrimoniale “generale”, ma perché non una sugli investimenti finanziari?

Pensioni d’oro e di latta, la persecuzione continua e io voglio proporre invece una patrimoniale del 10%  su tutti i risparmi finanziari, che poi è dove si annidano i “risparmi” degli evasori.

Con questo voglio ribaltare i luoghi comuni e le servitù psicologiche di una classe burocratica e politica da buttare C’è un odio che ha radici profonde in tutti i Governi più recenti, da Berlusconi a Mario Monti a Enrico Letta e che si traduce in continue misure che non hanno senso economico, ma solo senso persecutorio.

Qui voglio proporre una analisi originale e nuova, che individua anche certi miti da sfatare.

Il continuo accanimento contro le pensioni è stato aggravato oggi dal blocco triennale della rivalutazione del costo della vita per buona parte della popolazione dai capelli grigi.

Con l’assegno in lire trasformato in assegno in euro, i pensionati hanno subito negli ultimi 10 anni una perdita del potere di acquisto del 50%. Il cambio reale tra euro e lira ormai è stabilizzato anche a livello psicologico a un euro uguale mille lire. I giovani lavoratori che dal 2002 hanno cominciato a versare i contributi previdenziali in euro andranno in pensione con un assegno uguale se non addirittura superiore – in termini di potere d’acquisto – a quella dei “ricchi” pensionati di oggi.

Ora chiedo: non conviene forse introdurre una patrimoniale flat del 10% che colpirebbe tutti i risparmi finanziari (dunque anche quelli degli evasori)?

Rileggiamo l’articolo che Roberto Bagnoli ha scritto sul Corriere della Sera. Dopo l’intervento, sempre sul Corriere della Sera da parte di Nicola Saldutti e Massimo Fracaro, che invitavano economisti e politici a smetterla con la continua richiesta di toccare le pensioni, Roberto Bagnoli constata amaramente che

“la legge di stabilità approvata nei giorni scorsi dal governo Letta ha confermato il contrario. Anche per il prossimo triennio, infatti, ci sarà il blocco della rivalutazione del costo della vita per buona parte dei pensionati. Al di là si questo provvedimento, che comunque appare oltremodo odioso perché introduce una vera e propria patrimoniale di circa l’1% su assegni da 3 mila euro al mese (e allora perché non su tutti gli alti redditi, o i grandi patrimoni o su chi ha più di 3-4 appartamenti?) vorrei introdurre una riflessione sulla ricorrente e non sopita polemica relativa alla differenza tra sistema contribuivo e retributivo e sulla vulgata che prevede per i giovani di oggi (nel senso di futuri pensionati) assegni previdenziali miseri, pari alla metà dell’ultimo stipendio o della retribuzione media. E che mediaticamente viene vissuta come uno scontro generazionale.

“Secondo me le cose non stanno così. Chi dal 2002 in poi percepisce la pensione o chi la sta per ricevere (quindi i lavoratori in uscita che hanno maturato il calcolo tutto retributivo o parzialmente contributivo come prevede la riforma Dini del 1995) hanno sostanzialmente versato i contributi in lire ma ricevono una pensione in euro. In pratica, anche se l’Istat non lo riconosce ma è sotto gli occhi di tutti, in dieci anni la perdita del potere d’acquisto di questa fattispecie di pensionato è del 50%. Basti ricordare che nel 2001, il pensionato che prendeva 2 milioni e mezzo – tre milioni di lire al mese era un “signorino”, oggi riceve 1,250-1,500 euro al mese, cioè a un passo dalla soglia della povertà fissata anche dalla Banca d’Italia a mille euro al mese. Confermando così che il cambio reale tra euro e lira ormai è stabilizzato anche a livello psicologico a un euro uguale mille lire.

“Proseguendo su questo ragionamento, val la pena rilevare come i giovani lavoratori che dal 2002 hanno cominciato a versare i contributi previdenziali in euro andranno in pensione con un assegno calcolato su tutta una struttura contributiva (o montante) pagata con la valuta comunitaria. E quindi la loro futura pensione, anche se non corrisponderà all’80% degli ultimi stipendi come è stato fino ad oggi, in realtà potrà essere uguale se non addirittura superiore – in termini di potere d’acquisto – a quella dei “ricchi” pensionati di oggi.

“Poi vorrei far osservare che toccare – nel senso di ridurre con il blocco della rivalutazione – gli assegni previdenziali in quella fascia di oltre 2-3 mila euro al mese significa mettere le mani ancora una volta nelle tasche di quei lavoratori a reddito fisso che hanno sempre pagato le tasse fino all’ultimo cent.

“I lavoratori autonomi o gli evasori, infatti, godono mediamente di pensioni molto basse a fronte di versamenti molto inferiori rispetto al 33% sulla retribuzione lorda che ha sempre pesato sui dipendenti.

“Se proprio i conti pubblici non permettono più il pagamento delle pensioni allora mi vado convincendo che meglio e più equa sarebbe l’introduzione di una patrimoniale flat del 10% che colpirebbe tutti i risparmi finanziari (dunque anche quelli degli evasori) che oggi ammontano tra conti correnti, bot e titoli vari a 3 mila e 500 miliardi di euro.

“Almeno verrebbero coinvolti tutti e non solo i soliti pensionati. Con quel prelievo, che dovrebbe essere fatto alla luce del sole convincendo i cittadini che così si investe sul futuro dei figli, si andrebbe a ridurre di 350 miliardi di euro il debito pubblico ridando ossigeno all’economia reale. E’ una proposta fatta per ora in sordina dai tecnici del Fondo monetario internazionale ma tutti – nei circoli economici che contano – sanno che prima o poi ci arriveremo.

“Forse, e più saggio, meglio sarebbe anticipare gli eventi: così la patrimoniale sarà solo del 10%. A perdere tempo si corre il rischio che il conto finale salirà al 20-30% come è successo in Grecia e a Cipro”.