Matteo Renzi, Matteo Salvini: deciderà il Tribunale dell’economia

di Lucio Fero
Pubblicato il 2 Marzo 2015 14:56 | Ultimo aggiornamento: 2 Marzo 2015 15:01
Matteo Renzi, Matteo Salvini: deciderà il Tribunale dell'economia

Matteo Salvini (foto Lapresse)

ROMA – Renzi a casa, come da slogan, Salvini prima o poi ce lo manda o no? Entrambi non fanno economia di parole, entrambi (raccontano gli esperti aruspici, spesso dell’ovvio) si dilettano e si avvantaggiano della “comunicazione”. Entrambi, ciascuno a suo modo, son campioni di propaganda. E molto contano la comunicazione e la propaganda. Eppure, al dunque, cioè entro un anno e mezzo al massimo due, a decidere tra i due Matteo sarà il Tribunale dell’economia. Perché, anche se le chiacchiere non stanno proprio a zero, senza soldi non si cantano messe.

Di fronte al Tribunale dell’economia Matteo Salvini porta essenzialmente due argomenti. Il primo, letteralmente “quelli senza nome e cognome che a Bruxelles vogliono decidere della vita di ognuno di voi…”. Insomma la lotta contro gli “gnomi” e i “folletti” e i “diavoli” della finanza e della burocrazia. Invisibili e crudeli, nascosti e potenti. Ammazzi loro e i soldi tornano a scorrere. Il secondo argomento di Salvini è: tasse per tutti al 15 per cento del reddito e mai un euro, pardon lira, sopra. Quindici per cento del reddito in tasse, in questo simpatico paese che è l’Italia a prendere come obbligatoria per davvero la cifra qualcuno potrebbe anche prendere paura. Ce ne sono che di fatto pagano molto meno del 15% del reddito reale. Comunque abbassi le tasse che ora ci sono ad una sola aliquota del 15% e i soldi tornano a scorrere.

Due argomenti principe e due corollari o contorni: stop euro e stop immigrazione. Così Salvini, con roba tutta sua, va al Tribunale dell’economia.

Matteo Renzi di fronte allo stesso Tribunale va con cifre che non sono tutte farina del suo sacco. Spread sotto i cento punti (quattro anni fa erano più di 500), ma va messo in merito a Draghi. Nessuna richiesta da parte dell’Unione Europea di manovra correttiva di bilancio per il 2015 (qui lo zampino positivo di Renzi/Padoan invece c’è). Basso prezzo del petrolio e dollaro forte che favoriscono esportazioni italiane (qui Renzi non c’entra). Indice di fiducia dei consumatori risalito come non mai dal 2002, fonte Istat. Pil che si va riprendendo a velocità lentissima, eppure va. Accordo con la Svizzera, è finita la pacchia dei conti anonimi. Segni di vita, primi segni di vita di nuovi posti di lavoro. Meno tasse sulle imprese (tre anni senza pagare contributi se assumono), meno tasse sul salario (gli 80 euro non più una tantum ma per sempre).

Il Tribunale dell’economia, e quindi del consenso, deciderà. In 12/18 mesi al massimo. Una cosa è sicura, sarà difficile portare a carico di Renzi presso lo stesso Tribunale la duplice accusa di “annuncite” e “incostituzionalità”. Breve elenco delle cose renziane tacciate di “incostituzionalità”: abolizione Province, Salva Roma, Jobs Act, Italicum, Banche Popolari, governance Rai, responsabilità civile dei magistrati…Commenta Mattia Feltri su La Stampa: “E meno male che era annuncite…”. Se è annuncio vuoto non è Costituzione ferita, o viceversa. Tutte e due insieme non si può per la contraddizione che nol consente.

Un’altra circostanza è certa: Matteo Salvini è popolare, è popolo e gode di consenso di popolo. Sorprende la sorpresa di chi pensoso analizza la “nuova” Lega e vi scorge elementi, niente meno, che di lepenismo, insomma di destra sociale, di massa e di popolo. Che fastidio l’autocitazione: alcuni decenni fa, quando grandi giornalisti e grandi leader politici della sinistra parlavano della Lega come genuini serbatoi e costole della sinistra, qualcuno scriveva di “lepenismo in salsa padana”. La Lega non è diventata destra di popolo e massa e di nazione perché è arrivato Salvini. La Lega destra di quel tipo lo è sempre socialmente e culturalmente stata. E oggi l’incontro/fusione con gli ex Msi di Fratelli d’Italia, con la popolana Giorgia Meloni, e con le “legioni” di Sovranità/Casa Pound non è accidente ma sostanza.

Lo si chiami come si vuole, il fenomeno storico/sociale è costante. Gruppi e ceti sociali spaventati dalla perdita, materiale o teorica, del loro status (qualunque questo sia, misero o privilegiato, basta sia status) sono pronti, ansiosi di barattare sul mercato della politica e della vita associata qualunque cosa in cambio del mantenimento dello status. Manganellate e olio di ricino, ronde o squadre, barconi da affondare o camini da far fumare, vaffanculo di piazza e saluti al Duce sono gli step, enormemente differenziati tra loro quanto a intensità e volume, però tutti gradini della stessa scala che in storia si chiama “reazione”.

Fascismo? Ogni epoca, ogni momento della storia ha il suo fascismo ed è abbastanza sterile e stucchevole star lì a misurare se è “fascismo” quello quello oppure come quell’altro oppure altro ancora. Salvini se ne frega giustamente di essere fascista oppure no. Lui è, come è sempre stata la Lega, pura, purissima reazione. Alla democrazia parlamentare, ai Parlamenti, all’Europa liberal democratica, al suo governo e alla sua moneta. Reazione alle migrazioni e non solo all’immigrazione. Reazione alla crisi economica nella forma delle ricerca di un “ebreo” che ne sia responsabile. Il “nero” o il “giallo” vanno benissimo per la bisogna. Reazione, di movimenti reazionari di massa e di popolo ne è piena la storia. E sono sempre stati lì, anche in Italia. Crescono o deperiscono a seconda dell’intensità della crisi socio economica. Solo chi si sveglia al mondo stamattina crede di vederli spuntati or ora come funghi nuovi.

E, come sempre, sarà il Tribunale dell’economia e quindi del consenso a stabilire, entro un annetto abbondante, se il reazionario Salvini manderà a casa Renzi o se viceversa sarà il riformista Renzi a incorniciare Salvini tra le tante macchiette che la storia avrà scartato.