Guerra in Siria, dilemma di Barack Obama: “Si vis pacem para bellum”

di Michele Marchesiello
Pubblicato il 7 settembre 2013 18:14 | Ultimo aggiornamento: 7 settembre 2013 18:14
Guerra in Siria, dilemma di Barack Obama: "Si vis pacem para bellum"

Manichini di Obama e Putin (foto Lapresse)

ROMA – “ Si vis pacem para bellum” , se vuoi davvero la pace preparati alla guerra , recita il noto detto latino, che andrebbe però così completato: “ … ma non farla”.

Il dilemma del premio Nobel per la pace, Barack Obama è tragico perché pone l’obiettivo della pace al di là della guerra, come apparente giustificazione di questa. Ma il detto latino impone, a chi davvero vuole la pace, di non ‘fare’ la guerra ma di cercare la pace per altre vie.

Il secolo scorso si è segnalato per un tragico paradosso: è stato il secolo in cui sono stati perpetrati i più orrendi crimini contro l’umanità, ma è anche quello in cui si è cercato di ‘nominare’ quei crimini e, nominandoli, di renderli perseguibili dalla Giustizia in ogni angolo del pianeta . Genocidio, pulizia etnica, stupro di massa, scudi umani: I giuristi si sono preoccupati di dare a ognuno di questi nuovi orrori il nome appropriato, e di renderlo ‘giustiziabile’ di fronte a un tribunale, nazionale o internazionale, investito di una giurisdizione generale oppure istituito ‘ad hoc’. Il secolo ventesimo sembrava essersi concluso con il trionfo di questa giustizia così ambiziosa da definirsi addirittura ‘universale’: in grado di colpire chiunque e dovunque.

Il dilemma di Barack Obama ( ‘la guerra o la guerra’ : di aggressione, o preventiva, o umanitaria, comunque la si voglia definire) segna drammaticamente la fine di quella illusione su cui si era chiuso il ventesimo secolo, proprio a Roma, nel 1998, con l’istituzione della Corte Penale Internazionale, sulla scia dell’effimero successo dei tribunali dell’Aia per i crimini commessi nelle guerre balcaniche e in quella del Ruanda.

Se l’inizio di questo secolo ha segnato l’incremento progressivo dei crimini di guerra e contro l’umanità, proprio il dilemma di Obama sta a dimostrare come si sia rivelata tragicamente illusoria la prospettiva di opporvi l’azione pronta, autorevole, efficace della giustizia penale internazionale.

I tribunali per la ex Jugoslavia e il Ruanda – ancora in piedi a distanza di ormai vent’anni dai crimini di cui si occupano – sono alla ricerca di una liquidazione che non ne denunci impietosamente il fallimento.

La Corte Penale Internazionale, pomposamente insediata nel palazzo dell’Aia, ha scelto di occuparsi esclusivamente dei crimini commessi da questo o quel dittatorello, preferibilmente africano, preferibilmente insignificante sullo scenario geopolitico internazionale. Congo, Uganda, Darfur. Sull’Iraq, nonostante le numerose segnalazioni e denunzie ricevute, nessuna azione penale risulta essere stata promossa da quel Procuratore. Lo stesso può dirsi per l’intervento in Libia, per le orribili degenerazioni della ‘primavera’ egiziana e – oggi – della guerra civile che dilania un paese musulmano con la vocazione della modernità, quale è – o era – la Siria.Solo a conflitti esauriti, e se i vincitori lo riterranno utile, gli investigatori della Corte Penale Internazionale possono aggirarsi tra le rovine in cerca di prove ormai distrutte e responsabili scomparsi nel nulla.

Ma come illudersi che la giustizia internazionale possa muoversi effettivamente sul terreno che le è proprio ( l’individuazione di crimini di guerra e contro l’umanità, l’individuazione dei responsabili, l’assicurare loro un processo pubblico e ‘giusto’ ) ? Ben tre degli Stati membri di diritto della Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – investiti di un anacronistico potere di veto – non hanno infatti ratificato il trattato che istituiva la Corte Penale Internazionale.

Si tratta – guarda caso – degli Stati Uniti, della Russia e della Cina, che di volta in volta si attivano, in contrasto ma più spesso in sintonia tra di loro, per paralizzare l’intervento della giustizia internazionale. Da un lato, dunque, i tre ‘giganti’ possono impedire che il trattato si applichi nei loro confronti (di loro militari o funzionari), ma dall’altro possono decidere, nel Consiglio di Sicurezza, di attivare la Corte nei confronti di qualunque situazione nella quale essi ritengano sia nel loro interesse intervenire. La giustizia serve loro, allo stesso modo della guerra, per sconfiggere un avversario.

L’anno scorso ricorreva il decennale dell’entrata in funzione della Corte: in questi dieci anni la Corte ha pronunciato una sola sentenza, condannando il congolese Thomas Lubanga per l’arruolamento di bambini soldato. A fronte di questo risultato, si pone un bilancio annuo di oltre 140 milioni di dollari e un personale di 766 dipendenti. 900 milioni di dollari è costata sino all’anno scorso l’esistenza della Corte.

Qualcuno ha scritto che occorre ‘ripensare’ il sistema della giustizia internazionale.

In realtà a dover essere ripensato non è il sistema della giustizia internazionale, ma il funzionamento e la stessa esistenza delle Nazioni Unite, rimaste assurdamente congelate alla situazione di un mondo appena uscito dalla seconda guerra mondiale e oggi scomparso.

Se non si riuscirà a operare una rivoluzione nel sistema politico dominato dalle grandi potenze, non sarà mai concepibile una Corte Internazionale – o universale – sempre destinata a scontrarsi , in nome della giustizia dei diritti umani, con l’inesorabile meccanismo degli interessi geo-politici e geo-strategici .

Solo allora il dilemma di Obama potrà includere il perseguimento della pace , sottraendolo alla perversa tentazione della guerra: via di fuga, più che via di uscita.