Too big for us, troppo grande coronavirus per noi Italia

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 9 Novembre 2020 8:44 | Ultimo aggiornamento: 9 Novembre 2020 10:59
Regioni rosse, le province con indice Rt basso che potrebbero diventare arancioni

Too big for us, troppo grande coronavirus per noi Italia (Foto d’archivio Ansa)

Too big to fail si dice quando si vuole indicare la materiale impossibilità di un tracollo (finanziario o politico che sia).

Impossibilità derivante dalle dimensioni di chi e cosa, venendo giù con il suo enorme peso, scuoterebbe non solo se stesso ma i vicini tutti ed ogni equilibrio e quindi interesse su scala continentale se non planetaria. Too big for us, forse non si dice proprio così, ma la traduzione è netta: troppo grande per noi.

TOO BIG FOR US: CORONAVIRUS, O MEGLIO PANDEMIA, E SISTEMA ITALIA

Troppo grande per fallire spesso è una realtà, qualche volta però è soprattutto un mantra consolatorio, una auto rassicurazione. Un po’, anzi tanto, come l’andrà tutto bene nel quale ci siamo cullati e dal quale in fondo non riusciamo ad uscire. Troppo grande per fallire è una misura ampia del reale. Che però tutto il reale non lo comprende, nulla e nessuno è troppo grande per fallire, crollare, cedere dalle fondamenta.

Troppo grande la pandemia per noi sistema Italia non lo dice nessuno, non rassicurerebbe. A, stante la capacità che il sistema paese ha di assorbire il reale, neanche spaventerebbe. Eppure che una pandemia sia troppo, maledettamente, evidentemente troppo per noi è il bilancio nitido e netto di nove mesi di epidemia in Italia. Era il 20 febbraio e ad oggi è più volte dispiegata la illusione, il miraggio. Quali? Che la pandemia impattasse su qualcosa di diverso da quello che eravamo prima.

PRIMA ERAVAMO…SIAMO RIMASTI QUELLI

Prima avevamo una società pervasa da indistinto rancore, una società che si sentiva in credito con la realtà. E prima avevamo un ceto politico frutto maturo di una selezione alla rovescia quanto a competenze, perfino a scolarità. Prima avevamo un “non mi compete” come abito dei giorni feriali di ogni Pubblica Amministrazione e il rifiuto della responsabilità come abito nei giorni di festa. Prima c’era un progressivo innamoramento di massa per il pensiero magico. Un tempo eravamo il paese che processa e condanna chi non prevede i terremoti ma assolve e vota alle elezioni chi costruisce e fa costruire abusivo.

Prima eravamo un paese a scarsa produttività da un quarto di secolo e un paese a sempre decrescente qualità del percorso di formazione scuola-università. Eravamo un paese che alla scuola chiede il pezzo di carta per la prole e nulla più e il paese che usa la scuola soprattutto come ammortizzatore sociale nella duplice funzione di erogatrice di stipendi e baby parking. Prima eravamo il paese della campagna elettorale permanente, unica attività e unica attitudine di un ceto politico incapace anche solo di concepire cosa voglia dire governare.

Eravamo un paese che alla politica chiede solo denaro pubblico, prima eravamo il paese dove tutti si dichiarano “lasciati soli dallo Stato” mentre la spesa pubblica e il welfare sono rispettivamente più del 50 per cento del Pil e ombrellone di protezione largo quasi quanto la penisola. L’Italia era il paese del “siamo tutti tartassati” mentre conti alla mano la metà dei contribuenti paga di tasse 30 euro al mese.

Prima eravamo un paese di lobby in trincea l’una contro l’altra, prima eravamo un paese di talk-show, in molte e svariate accezioni del talk show, dello spettacolo di parole, delle parole per lo spettacolo. Eravamo un paese dove un paio di libri l’anno che non siano quelli scolastici o quelli di cucina e giardinaggio li legge sì e no il 10 per cento della popolazione…

Prima eravamo…e siamo rimasti quello e quelli che eravamo prima.

TOO BIG FOR US: PANDEMIA, UNA TASSA

E quindi si reagisce alla pandemia come fosse una tassa. Che facciamo di fronte a una tassa. Eludere, aggirare, scansare, e per pagare c’è sempre tempo. Facciamo così di fronte alla tassa sulla vita che ci impone la pandemia.

PANDEMIA, UNA VERTENZA SINDACALE

Segmento per segmento, categoria per categoria, clan per clan, trattiamo la pandemia come fosse una contro parte sindacale. Non siamo lontani da indire uno sciopero generale contro coronavirus. Cos’altro sono le lamentele e le mobilitazioni perché se chiudo io perché lui resta aperto?

PANDEMIA, UNA CAMPAGNA ELETTORALE

Non è che li dipingono così, sono proprio così, al naturale. Tutti i nostri politici altro non fanno e non sanno fare che campagna elettorale. E da febbraio fanno campagna elettorale sulla pandemia e con la pandemia. Ballare sul Titanic? No, ramestare nella cacca pensando sia cioccolata.

PANDEMIA, UNA CASSA INTEGRAZIONE DI MASSA E/O UN CAMBIO NEL CODICE DELLA STRADA

Come una cassa integrazione di massa, un Ristori per tutti e per sempre, un tutti saranno risarciti di tutto, un è venuto il terremoto ma con la garanzia che neanche un granello di polvere sospeso nell’aria…

Pandemia come nuova regola del Codice della Strada: la mascherina, il distanziamento…Sì, certo. Ma se non c’è nessun vigile che guarda o pattuglia che ferma…

Ecco come rispettivamente viviamo il danno economico e sanitario: qualcuno “deve” ripianare, qualcuno pagherà e comunque tanto ame non capita.

In ogni caso e riassumendo per lo spirito nazionale la pandemia è l’inadempienza di qualcun altro.

CI MANCANO TERAPIE INTENSIVE? NO, CI MANCA ALTRO E DI PIU’

Ci manca un leader. Abbiamo un premier per caso. Non a caso un avvocato. Probabilmente una brava persona. Non un professionista della politica. Un avvocato e non un gestore della res pubblica. Ascoltare Macron o Merkel o Conte dà la misura di come i primi due siano leader dei rispettivi paesi e di come Conte sia presidente del Consiglio dei ministri.

Ci manca un’opposizione. Meloni e Salvini sono banditori di una merce, sempre la stessa: un farcito di presunzione, semplicismo, aria fritta, irrazionalità, incoerenza cotto al fuoco del rancore e con soffritto della migliore ignoranza.

Ci manca una classe politica: l’infinita pena di un Fontana che chiede lo sconto sui giorni di Zona Rossa come si trattasse di negoziare un finanziamento…L’infinita pena di vedere un De Magistris che distribuisce ai suoi concittadini amministrati dosi quotidiane e massicce di irresponsabilità. E ovunque, a qualsiasi livello, governanti e rappresentanti eletti ingegnarsi e spesso gloriarsi di far da mercanti astuti trattando con…la pandemia! Non è apparso impossibile in questo paese che forse qualche Regione ci “marci” nel diffondere e raccogliere dati in modo da “sfuggire” alle misure anti contagio. Prove, finora, non ci sono. Ma, appunto, a nessuno è apparso impossibile essendo la cosa e la salute pubblica in mano a bottegai del consenso.

Ci manca la cultura, anzi ci mancano sia la cultura scientifica che quella umanistica. Vogliamo “certezze” immutabili. Per quelle c’è il Corano e non più neanche la Bibbia. La scienza non dà “certezze” assolute e immutabili. La scienza dà la fatica del conoscere, del sapere. Ma non vogliamo conoscere e sapere, vogliamo “certezze”. Sul quando finisce, sul come finisce e sul fatto che qualcuno farà finire il tutto in fretta. 

Altrimenti…Oppure scritta “Popolo in maschera svegliati, no alla dittatura sanitaria” sulle mura di un cimitero di Bergamo. Altrimenti cortei (ghiottamente ingigantiti dalle tv) per rivendicare “libertà”. 

Ci manca una società davvero civile che sappia spegnere tutto questo, prima e meglio dei Carabinieri. Il disprezzo della società civile dovrebbe essere il secchio d’acqua che spegne questi fuochi. E invece la società, la gente tollera, non isola e reprime. Talvolta fiancheggia. Spesso segmenti di categorie vanno ad ingrossare il negazionismo di fatto. Da me “attività in sicurezza”, perché devo chiudere? E’ una bugia ribelle e corporativa, altro che libertà. Attività in sicurezza in pandemia non ce n’é.

Ci mancano coscienza e consapevolezza collettive, in cambio abbiamo l’alibi artefatto della “confusione” degli scienziati. Non c’è nessuna confusione. L’essenziale è chiarissimo: per un altro anno o due la vita sociale e asso9ciata di prima della pandemia è fonte di contagio e persistenza della pandemia. Non ci sono sconti e scorciatoie e emendamenti. Chiarissimo ma non lo vogliamo accettare. Quindi ci rinfranchiamo dicendo: “Non ci si capisce niente”.

Ci mancano anche gli asset di una cultura umanistica. Non c’è la salutare egemonia del pensiero…decente. Ci sono  gestori di trasmissioni radio e tv che fanno mestiere, carriera e audience ricoprendo il ruolo e la funzione sociale degli spacciatori di eroina, tagliata per di più con polvere di mattone. Cosa altro è mandare in onda, dare voce a chi dice i morti siano stati uccisi da chi li intubava?

Sistema Italia, quello di prima. Ci manca quel che ci mancava prima. Ecco perché coronavirus too big, troppo grande, for us, per noi.