Omicidio di Elisa Claps: Restivo condannato, ma tanti hanno coperto

di Pino Nicotri
Pubblicato il 14 Novembre 2011 15:42 | Ultimo aggiornamento: 14 Novembre 2011 15:45

ROMA – E dunque alla fine l’assassino di Elisa Claps è stato trovato: i giudici lo hanno individuato in Danilo Restivo, oggi 39enne. I familiari della sedicenne uccisa nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza la domenica del 12 settembre 1993 hanno avuto giustizia. Dopo ben 18 anni e due mesi dal delitto e una perizia che a suo tempo vedeva estraneo ai fatti chi alla fine è stato invece condannato a 30 anni di galera. Sembra il bis della soluzione a scoppio molto ritardato del delitto dell’Olgiata, vittima nel luglio ’91 la signora Alberica Filo Della Torre, condannato come assassino l’allora suo domestico filippino Manuel Winston Reves. O anche il bis della soluzione a scoppio altrettanto ritardato del giallo di via Poma, vittima nell’agosto 1990 la giovane Nicoletta Cesaroni, giudicato l’assassino il suo fidanzato Raniero Busco. Per non parlare del famoso caso Bebawi, vittima nel 18 gennaio 1964 l’amante di lei Farouk Gourbagi, in cui i coniugi egiziani Bebawima sono stati assolti in primo grado dal tribunale di Roma e inutilmente condannati in appello e in Cassazione essendo nel frattempo fuggiti in Egitto.

Se però per il delitto dell’Olgiata l’assassino ha confessato, ed è stata rinvenuta con l’incredibile e colpevole ritardo di 20 anni una registrazione telefonica che lo inchiodava comunque, per il giallo di via Poma e per il delitto Claps le cose non sono così certe. Per il caso Cesaroni abbiamo già espresso i nostri dubbi a sentenza ancora calda, emessa a fine gennaio di quest’anno.

Passiamo ora al caso Claps. Danilo Restivo, già condannato nel giugno di quest’anno in Inghilterra per l’omicidio di una vicina di casa a Charminster, in Inghilterra, dove si era trasferito qualche tempo dopo la scomparsa di Elisa Claps, è stato come si suol dire incastrato da vari accertamenti, studi e perizie di ben sette consulenti. Ho letto che le indagini dei carabinieri del Ris di Parma e di Roma hanno trovato in particolare la “prova regina”. Vale a dire, la presenza del Dna di Restivo sulla maglia di Elisa, i cui resti sono stati trovati da muratori il 17 marzo dell’anno scorso. Più precisamente, in un punto della maglia sono state trovate tracce esiccate della saliva di Restivo mista al sangue di Elisa. In un altro punto, il solo sangue di Restivo. Il cui Dna non era stato invece individuato dalla prima perizia del medico legale Vincenzo Pascali.

Questa storia della saliva ricorda la condanna di Busco per l’uccisione della Cesaroni, sui cui capezzoli e sul cui reggiseno sono state trovate, vent’anni dopo, tracce di saliva e della dentatura di Busco. Ma chi ci dice che quelle tracce Busco le abbia lasciate mentre compiva il delitto e non, in ipotesi, il giorno prima?

Analogamente, chi ci dice che quelle tracce di Restivo siano state lasciate durante il delitto e non ore o giorni prima? Il problema è infatti, a nostro modesto avviso, che la formula “materiale genetico compatibile con quello di Restivo” e per via Poma “con quello di Busco”, NON significa che il materiale genetico è senza ombra di dubbio quello dei due imputati. Stando al vocabolario della lingua italiana la parola “compatibile” NON significa “identico”, in buona sostanza significa qualcosa come “simile”.

Che Restivo possa essere comunque davvero colpevole, facendomi cambiare idea sulla sua innocenza, è stata una sua frase. Interrogato dai magistrati, Restivo ha ammesso che con Elisa aveva un appuntamento davanti alla chiesa, come avevano detto già a suo tempo alcune amiche della ragazza. Poi però ha aggiunto una frase di troppo: “Elisa stava aspettando un ragazzo”. Ai miei occhi smaliziati questa affermazione somiglia troppo al tentativo di stornare in modo strumentale e surrettizio i sospetti su un anonimo per allontanarli da sé.

In ogni caso, è impossibile che Restivo abbia portato Elisa fin nel sottotetto, passando per l’abitazione privata del parroco, l’ormai defunto don Mimì Stabia, senza complici o prima del delitto o dopo per tenerlo nascosto. Una ragazza non segue infatti docilmente un ragazzo fino in una soffitta, per giunta di una chiesa, se non è consenziente a quello che è fin troppo chiaro trattarsi di un incontro sessuale. E se invece non è consenziente, come dimostra il fatto di essere stata uccisa, è impossibile portarcela senza l’aiuto di qualcuno.

Ma anche ammesso che Restivo abbia fatto tutto da solo, è impossibile che nessuno si sia accorto di quel cadavere per 18 anni di fila, tant’è che alcune donne delle pulizie se n’erano accorte alcuni mesi prima della scoperta ufficiale da parte di alcuni muratori. Perché il nuovo parroco di quella chiesa, ovviamente avvertito da quelle donne delle pulizie, e i suoi superiori, ovviamente avvertiti dal nuovo parroco, sono rimasti zitti evitando di avvertire la polizia o i carabinieri? Le donne delle pulizie possono essere state convinte a tacere, e infatti hanno taciuto, mentre i muratori invece hanno dato l’allarme scavalcando il parroco. Chiaro come il sole che il clero di Potenza aveva qualcosa da temere. Cosa?

A Potenza si vocifera che il parroco Mimì Stabia avesse un debole per il gentil sesso. Le malelingue parlano di attenzioni verso le studentesse ospiti del convitto delle suore e di scenate fatte a don Mimì dai fidanzati di alcune studentesse. Ma pettegolezzi sessuali a parte, leggiamo cosa ha dichiarato Gildo Claps, fratello di Elisa, a fine processo riferendosi proprio a don Mimì: “Uomini della chiesa sono direttamente coinvolti in questa vicenda, quanto meno perché don Mimì aveva il controllo assoluto della chiesa”.

I Claps sospettano anche dei due vescovi che si sono succeduti a Potenza, Ennio Appignanesi e Agostino Superbo, dati i loro silenzi e le mancate perquisizioni, pur chieste, della chiesa del delitto. “Non bisogna parlare della chiesa come di un’entità astratta ma bisogna parlare di responsabilità di uomini”, ha concluso Gildo Claps.

Ma la ormai quasi trentennale esperienza riguardante la scomparsa nel giugno 1983 della bella ragazza del Vaticano Emanuela Orlandi, quasi sedicenne, dimostra in modo duro ed esemplare che quando si tratta di delitti e sacerdoti la Chiesa oppone sempre un muro. Invalicabile.