Privacy e lavoro: nell’era digitale pubblico e privato sconfinano a vicenda

di Vincenzo Vita
Pubblicato il 25 Giugno 2015 7:30 | Ultimo aggiornamento: 25 Giugno 2015 2:26
Privacy e lavoro: nell'era digitale pubblico e privato sconfinano a vicenda

Antonello Soro, Garante Privacy

ROMA – Vincenzo Vita ha pubblicato questo articolo anche sul Manifesto di mercoledì 24 giugno, con il titolo “Privacy al lavoro”.

La relazione annuale del Garante per la protezione dei dati personali Antonello Soro – pronunciata ieri alla Camera dei deputati – è sembrata un po’ come il Conte zio di Manzoni: “..sopire, troncare….troncare, sopire”. Vale a dire, a fronte della Grande Guerra in corso tra tutela dell’identità delle persone nell’era digitale e il “Sesto potere” della sorveglianza globale (è ancora vivo e fumante lo scontro nel congresso degli Stati uniti), la pur impegnata e seria comunicazione del responsabile dell’Autorità è sembrata dribblare gli scogli. E spuntano ancora una volta i due riflessi condizionati del tempo, dal vago sapore censorio: sull’uso delle intercettazioni telefoniche da parte dei giornalisti; sui rischi del web, veri ma da non enfatizzare in un’Italia tuttora assai arretrata per ciò che riguarda Internet e banda larga. Comunque, pur nella prudenza, un freno è stato messo all’inquietante iniziativa del governo sul controllo a distanza dei lavoratori.

Si tratta dell’articolo 23 del decreto sulle Semplificazioni, attuativo del tristemente famoso Jobs Act. E sì, perché non sono tutelati da nessun vincolo gli “strumenti utilizzati dal lavoratore per rendere la prestazione lavorativa…” Stiamo parlando di tablet, telefoni cellulari, iPad, e così via. Ecco, allora, che il “sesto potere-grande fratello” si dispiega con ben altra intrusività rispetto alle telecamere nelle strade o alle strisciate delle carte di credito.

Lo Statuto del 1970 è ulteriormente amputato, venendo meno ogni salvaguardia delle squisite prerogative della persona che lavora. Che c’entri tutto questo con la disciplina o la sicurezza non è dato sapere, essendovi una normativa piuttosto stringente su tali temi. Ma non è qui il punto. Sorvegliare e punire scriveva Foucault (1975); la sorveglianza è una dimensione-chiave del mondo moderno, aggiungono Bauman e Lyon (2013).

Insomma, il decreto in questione è un altro strumento preventivo, una diminuzione delle libertà, una cinica grida coercitiva. Non è esagerato pensarlo, visto che il Jobs Act sdogana la parola “licenziamento”. Tra l’altro, persino il testo-base parla molto genericamente – art.1, comma 7, lettera e – di disciplina dei controlli a distanza “tenendo conto dell’evoluzione tecnologica”. Pare evidente un eccesso nella delega, da stigmatizzare con nettezza. Ecco, è legittimo attendersi dal Garante una segnalazione formale al parlamento, di fronte ad un articolato che della privacy si fa davvero un baffo.

Attenzione. Il rischio sta diventando generale e non si limiterà al mondo del lavoro. Quest’ultimo è messo platealmente nel mirino, in quanto nelle sottoculture dominanti conta poco e va svalorizzato. E’ la vecchia linea confindustriale che – purtroppo – trova la sua epifania proprio con l’attuale compagine governativa. Altre categorie seguiranno, visto che la sorveglianza capillare e intrusiva è un “cult” del meanstream odierno. Del resto, la mancanza di egemonia e di visione strategica si tramuta nell’esasperazione del controllo.

Un nuovo, aggiornato fattore K, che non sta per comunista, bensì per dissenso o pensiero critico. Importante la mobilitazione avviata dalla Cgil, che chiede una profonda modifica del decreto. E’ bene che cresca in queste ore l’iniziativa, a cominciare dalle commissioni competenti di Camera e Senato. Quel comma va cancellato. Un chiarimento, se necessario. Nell’era digitale pubblico e privato sconfinano a vicenda. E separare in maniera manichea le due sfere è pressoché impossibile. O che se ne fa – chi lavora – di tecnologie a rischio?