Conto alla rovescia per Berlusconi fuori dal Senato 7 mesi. Ma ha un jolly

di Riccardo Galli
Pubblicato il 9 Maggio 2013 13:51 | Ultimo aggiornamento: 9 Maggio 2013 13:51
Silvio Berlusconi parla con i media dopo il processo

Silvio Berlusconi (LaPresse)

ROMA – La sentenza di condanna pronunciata ieri dalla Corte d’Appello di Milano nei confronti di Silvio Berlusconi rischia di suonare come la campanella dell’ultimo giro nella vasta e lunga storia  politica del Cavaliere. Se la Cassazione confermerà la sentenza, la condanna sarà infatti definitiva, e con lei l’interdizione dai pubblici uffici per i prossimi 5 anni.

Il pronunciamento della suprema Corte arriverà, verosimilmente, nel giro di 6/7 mesi, quindi entro fine 2013 o inizio 2014, ben prima della prescrizione che scatterebbe dalla primavera-estate dell’anno prossimo. Berlusconi e i suoi legali hanno ancora però una carta da giocare, una specie di bonus che potrebbe riportare indietro l’orologio e conservare al Cavaliere lo scranno di senatore e il ruolo di leader politico: il ricorso presso la Corte Costituzionale sul legittimo impedimento non riconosciutogli nel 2010. Se i giudici costituzionali dovessero dargli ragione, la scialuppa della prescrizione, ora irraggiungibile, tornerebbe ad essere a portata di mano, rendendo ancora una volta il Cavaliere sì colpevole, ma non più condannabile, e quindi politicamente salvo.

“Sei/sette mesi di agibilità politica: il tempo medio di fissazione di un processo in Cassazione – scrive Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera – è da ieri anche il tempo politico che rischia di rimanere a Silvio Berlusconi dopo che la Corte d’Appello in serata lo ha condannato per frode fiscale sui diritti tv Mediaset a 4 anni di reclusione (3 dei quali condonati dall’indulto del 2006), 5 anni di interdizione dai pubblici uffici, e 10 milioni di acconto sul risarcimento dei danni all’Agenzia delle Entrate. In caso infatti di conferma della condanna anche in Cassazione, già a fine 2013 la Giunta per le autorizzazioni di Palazzo Madama si troverebbe a dichiarare la decadenza da senatore di Berlusconi in forza non solo della pena accessoria appunto dell’interdizione dai pubblici uffici, ma anche della legge del novembre 2012 sull’incandidabilità: in base ad essa non può essere candidato, e decade se è già parlamentare, chi riporti una condanna definitiva a pene superiori a 2 anni per delitti non colposi per i quali il codice preveda la reclusione non inferiore nel massimo a 4 anni (e il massimo per la frode fiscale è 6 anni)”.

Uno scenario terrificante, quasi inimmaginabile per Berlusconi e i suoi che, nonostante siano pienamente consci di quello che da qui a fine anno potrebbe accadere, hanno mostrato alla lettura dell’ennesima sentenza di condanna una compostezza per loro inusuale. L’ex premier si è limitato a definire la cosa “una persecuzione”, cosa che nel vocabolario del Cavaliere somiglia ad una minima difesa d’ufficio, mentre i suoi legali, Niccolò Ghedini in testa, hanno definito la decisione dei magistrati: “Una sentenza assolutamente scontata considerati i toni e i modi utilizzati dai giudici nella conduzione del processo”. Toni all’acqua di rose in bocca ad attori che hanno abituato gli italiani e la magistratura a prese di posizioni ben più dure. Toni in qualche modo pacati perché sanno bene, Berlusconi e i suoi legali, di aver al loro arco ancora una freccia tutt’altro che spuntata. Prima del possibile naufragio in Cassazione possono infatti ancora contare su una robusta scialuppa che contano di ricevere dalla Corte Costituzionale.

“…robuste munizioni – scrive Paolo Colonnello su La Stampa – potrebbero arrivare a giugno dalla Corte Costituzionale, con un verdetto sul conflitto d’attribuzione tra il tribunale milanese e la presidenza del Consiglio a proposito della mancata concessione di un legittimo impedimento nel corso di un’udienza celebrata nel marzo 2010, quando il Cavaliere era ancora presidente del Consiglio. Se la Consulta, come probabile, dovesse dare ragione a Berlusconi, i giudici supremi si ritroverebbero di fronte a tre strade, di cui due favorevoli al leader Pdl: annullare il processo di appello appena concluso, annullare anche il processo di primo grado, oppure considerare corretta l’interpretazione dei giudici milanesi che ieri hanno valutato “non decisiva ai fini della definizione del presente gravame” la pronuncia della Corte Costituzionale”.

La questione che approderà il mese prossimo sul tavolo della Consulta riguarda il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sollevato nel 2011 dal governo dell’ex premier contro i giudici di primo grado. Giudici che il primo marzo 2010 non ritennero “legittimo impedimento” un Consiglio dei ministri convocato in sovrapposizione a una data di udienza già concordata con la difesa. Secondo Colonnello è “probabile” che i giudici costituzionali daranno ragione all’ex premier, cosa che però non si tradurrà automaticamente in una sua vittoria perché, anche se il mancato legittimo impedimento fosse riconosciuto come valido, questo non invaliderebbe le precedenti sentenze. Metterebbe però la Cassazione di fronte ad una scelta che come lo stesso Colonnello scrive, sarebbe in due casi su tre favorevole al premier. Se invece la Corte Costituzionale dovesse dar torto e respingere la richiesta del Cavaliere e dei suoi legali, la condanna definitiva e con lei l’interdizione dai pubblici uffici sarebbe se non scontata quanto meno fortemente probabile.

All’indomani della sentenza d’Appello Berlusconi ha predicato calma, non volendo coinvolgere il governo nella vicenda. A giugno però, specie se la Consulta darà torto al Cavaliere togliendoli l’ultima o quasi speranza di salvezza e di prescrizione, le cose probabilmente cambieranno. Sei/sette mesi quindi per la sentenza definitiva, sei/sette mesi per la partita decisiva di Berlusconi con la giustizia, ma la formazione che andrà in campo e la “tattica di gioco” la conosceremo già a giugno.

Per ora i due campi, quello giudiziario e quello politico, si intrecciano e si sovrappongono. La Procura di Napoli che chiede il rinvio a giudizio di Berlusconi per la compra vendita di parlamentari contro il governo Prodi, l’annunciata manifestazione del Pdl  sostegno di Berlusconi convocata a Brescia e, forse, più lacerante ed eversiva di ogni altra iniziativa, se ci sarà, il nuovo assedio-teatro sulla scalinata del Palazzo di Giustizia di Milano alla ripresa del processo Ruby da parte del popolo Pdl. Quel Pdl che è al governo e assedia una sede di Giustizia…Potrebbe scatenare una reazione a catena, ancor prima di giocarsi il jolly della Corte Costituzionale. Vale la pena bruciare quel jolly?