Fermate Catasto prima assalto Comuni. Più tasse su casa se non cali aliquote

di Riccardo Galli
Pubblicato il 23 Giugno 2015 14:33 | Ultimo aggiornamento: 23 Giugno 2015 14:33
Foto d'archivio

Foto d’archivio

ROMA –Fermate il Catasto prima che lo assaltino i Comuni. La diligenza della riforma del Catasto deve fermarsi perché trasporta nei suoi forzieri l’aumento dei valori catastali, insomma l’aumento del valore della case. Dovrebbe la diligenza del Catasto arrivare a “Forte Invarianza di gettito”, cioè alla stazione finale dove a valori case aumentati le tasse che si pagano sulle case non aumentano. Dove non aumenta il totale delle tasse pagate sulle case. Ma sulla strada delle a diligenza, prima del forte, ci sono i Comuni. I Comuni con le loro aliquote Imu e Tasi. Se aumenti i valori catastali e vuoi mantenere uguale il peso delle tasse sulla casa, devi abbassare le aliquote. E’ matematica. Ma se lasci le aliquote in mano ai Comuni questi non le abbassano e le tasse sulla casa si moltiplicano. E’ matematica pura più matematica politica. Il totale fa governo che ferma la diligenza prima del canyon del Comuni.

 “Invarianza di gettito”. E’ questa la parolina, anzi la formula magica che dovrebbe far dormire sonni tranquilli ai proprietari di case italiani e che invece ha già fatto slittare la riforma del catasto, attesa per oggi, e senza la quale la riforma in questione rischia di trasformarsi in un vero e proprio salasso. Un salasso ben peggiore anche rispetto a quelli vissuti con la reintroduzione dell’Imu o nel passaggio da questa alla Tasi.

“Secondo i primi calcoli – scrive Valentina Conte su Repubblica -, elaborati dalla Uil-Servizio politiche territoriali in base proprio al possibile algoritmo messo a punto dall’Agenzia delle entrate, i valori degli immobili ottenuti applicando la nuova formula decollano ovunque, sia in centro che in periferia, nonostante lo sconto del 30%, inserito nel decreto per attutire i rialzi. A patire sono le abitazioni oggi classificate come economiche e popolari (A3 e A4), soprattutto se ubicate nei centri storici. A Napoli il valore di una casa popolare in centro sale di sei volte. A Roma di quattro. A Venezia di cinque.

Una rivalutazione sacrosanta, laddove i vecchi numeri non fotografano più il pregio reale della magione, in un catasto vecchio di settant’anni. Ma che farà per forza discutere. Il timore è che il fisco segua l’impennata delle rendite. E che il tetto ora fermo a 24 miliardi annui ( la somma di Imu e Tasi raccolte da prime e seconde case) possa saltare. A leggere le tabelle (si tratta di valori medi), non sono solo le case in centro a pagare pegno. Anche nelle periferie dei dieci capoluoghi presi in esame, i valori catastali di abitazioni civili, economiche e popolari (A2, A3 e A4) salgono e non di poco. Si va da un minimo di un quarto in più per un A2 di Bari, a un massimo di oltre quattro volte tanto per un A4 a Firenze (da 60 mila a 260 mila euro). A livello nazionale, tutte e tre le categorie toccano il cielo. Dal doppio al 312% in più”.

Il tema è quello della riforma del catasto, cioè la ridefinizione del valore ‘ufficiale’ degli immobili italiani secondo criteri più attinenti alla realtà contemporanea rispetto alla fotografia di questi vecchia ormai di settant’anni. Una riforma quindi assolutamente non vessatoria, almeno nelle intenzioni, e anzi necessaria. Anche e soprattutto in considerazione del fatto che, con una ‘fotografia’ più corretta, anche la redistribuzione delle tasse sarà tale.

Proprio qui però spunta il problema. La ridefinizione dei valori è giusta, come è giusto che un immobile classificato oggi come popolare e sottoposto ad una tassazione se non nulla comunque molto bassa, che si trova però in una zona centrale, paghi post-riforma delle imposte adeguate al suo reale valore. Ma se questo immobile pagherà di più, dovranno esserci altri che pagheranno meno. Altrimenti la riforma, da operazione di giustizia e correttezza fiscale, si trasformerà in un affare per chi incassa le tasse sugli immobili. Chi incassa non è però chi riforma, altrimenti verrebbe logico abbinare alla riforma aliquote più basse. Ma se la riforma la fa il governo, le aliquote sono però decise dai Comuni. E visti i precedenti, e anche gli ormai abituali ritardi nella definizione di queste con i comuni che quasi di norma sforano i tempi lasciando i cittadini-contribuenti senza informazioni, come ci si può fidare che questi di fronte alla possibilità di un super incasso riducano la pressione fiscale?

Il problema, e la paura, non sono solo chiacchiere da bar, tanto è vero che il decreto è slittato. Il principio dell’invarianza di gettito fa infatti anche parte della delega che il Parlamento ha dato al governo per la riforma del settore. E’ quindi un principio che, oltre a non dover essere scavalcato per rispetto (e in qualche modo anche pietà) dei contribuenti, deve essere per forza rispettato pena il rischio di annullare e far fallire tutta l’operazione.