Appalti. Corruzione: la deroga, madre di illecito e prezzi bassi per vincere

 

Appalti. Corruzione: la deroga, madre di illecito e prezzi bassi per vincere
L’Expo di Milano, dove è esploso uno dei tanti scandali legati ai lavori pubblici

Salvatore Sfrecola ha scritto questo articolo per il sito Un sogno italiano.

Nel dibattito di questi giorni, molto bene sintetizzato nelle parole di Sergio Rizzo a l’Aria che tira stasera di Myrta Merlino, i controlli non hanno funzionato lasciando mano libera a corrotti e corruttori. In particolare è stata accusata l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di appalti e forniture la quale non sarebbe intervenuta nonostante molteplici segnalazioni provenienti perfino dalla dirigenza dell’Expo 2015.

Le cose non stanno esattamente così. A prescindere dal fatto che se il Commissario dell’Expo, Sala, ha anche solo intuito illeciti avrebbe avuto la possibilità ed il dovere di intervenire, si dimentica troppo facilmente che i lavori che si stanno realizzando a Milano, come quelli del Mose di Venezia, utilizzano molteplici deroghe alla disciplina ordinaria dei contratti. In queste condizioni è evidente che manca all’autorità amministrativa o di vigilanza un parametro di riferimento legale al quale ancorare lo svolgimento dei delle procedure contrattuali e l’andamento dei lavori. Con la conseguenza che non è possibile dire che una certa procedura è illegittima perché realizzata in difformità di regole alle quali l’autorità competente ha esplicitamente derogato. E, ciò nonostante, segnalazioni autorevoli erano pervenute da tempo, come quelle della Corte dei conti che ha riferito al Parlamento sui rischi della realizzazione delle opere milanesi con procedure derogatorie di quelle ordinarie, denunciando molteplici irregolarità pur nel regime speciale scelto.

Una volta usciti dalla regola che disciplina le procedure contrattuali degli appalti pubblici è evidente che non è possibile imbrigliare i lavori nelle maglie del codice dei contratti al quale si è derogato. È solo possibile “imbrogliare”, come, infatti, è avvenuto.

Fatte queste precisazioni appare evidente che derogando derogando si predispongono le condizioni per ulteriori elusioni delle procedure ordinarie ottenute mediante dazioni illecite di denaro. In sostanza, una volta che si è cominciato a derogare alle leggi sui contratti e alla legge di contabilità di Stato ogni ulteriore procedura extra ordinem non è verificabile alla luce di una predeterminata regola giuridica, per cui rimane soltanto la possibilità dell’intervento del giudice penale ove la deroga, e magari la deroga alla deroga sia effetto di una attività corruttiva.

In queste condizioni è evidente che, nella migliore delle ipotesi, le procedure vengono forzate con ricorso a perizie suppletive e di variante le quali comportano naturalmente un aumento dei costi, a causa della dilatazione dei tempi e delle nuove lavorazioni che si richiedono.

Se non si comprende che nella deroga è il brodo di coltura dell’illecito, che i ritardi studiati e voluti per aumentare i costi e recuperare su aggiudicazioni a prezzi non remunerativi non si comprenderà neppure la ragione dell’aumento dei costi e della corruzione.

Si sente spesso dire, in particolare in questi giorni, basta alle deroghe. Ma sarà vero quando i ritardi nella gestione degli appalti sono dovuti proprio per giustificare la corsa contro il tempo per un’opera che si immagina non realizzabile secondo il programma originario. È facile immaginare che si continuerà così, che si dirà che sono le ultime, che non sarebbe possibile realizzare le opere senza aggirare le regole del codice degli appalti della legge di contabilità di Stato. Questa deroga e basta. Mai più deroga, sentiremo dire ma inevitabilmente avremo nuove deroghe perché la programmazione delle opere sarà perennemente in ritardo, magari dando colpa ai controlli ed al giudice amministrativo con le sue ordinanze di sospensione a fronte di danni denunciati da un imprenditore al quale sia stata negata l’aggiudicazione di un appalto.

Dovremmo avere il coraggio di ancorare la realizzazione delle opere ad una rigida programmazione in mancanza della quale una gara di appalto non può essere bandita. E poi dovremo ripensare le norme sui bandi di gara, sulle commissioni di aggiudicazione, sui controlli in corso d’opera e sui collaudi. Nel senso che chi interviene in queste procedure nell’interesse della stazione appaltante non potrà ricevere per un certo periodo di tempo favori dalle imprese alle quali avrà aggiudicato i lavori o che avrà controllato in corso d’opera o collaudato. E questo divieto deve valere anche per i parenti e le persone in qualche modo riconducibili al pubblico funzionario che ha svolto un’attività nell’ambito di un determinato progetto.

Le modifiche da fare non sono tante ma puntuali con riferimento ai momenti della procedura che abbiamo indicato sui quali occorre fare chiarezza perché solo in questo modo è possibile evitare le azioni illecite delle quali abbiamo avuto notizia in questi giorni. Interventi normativi limitati ma significativi, capaci di restituire trasparenza e legalità alle procedure contrattuali nelle quali vengono utilizzati denari pubblici.

Troveremo queste riforme nei progetti del Governo e del Commissario anticorruzione? Lo vedremo venerdì 13 quando queste norme dovrebbero essere approvate. Altrimenti qualunque intervento sarà inutile, un nuovo spot del quale questo Paese non ha bisogno perché occorre rapidamente rientrare nelle regole e recuperare posti nella graduatoria dei paesi più corrotti, cercando di avvicinarsi a quelli più virtuosi che significa anche recuperare risorse e mettere i cittadini in condizione di riconoscersi nello Stato e nelle sue istituzioni.

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