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Letta erede di Monti: tasse ed esproprio di verità (Fiscal Compact) e politica

di Warsamé Dini Casali
Pubblicato il 6 Dicembre 2013 8:00 | Ultimo aggiornamento: 5 Dicembre 2013 22:03
Letta erede di Monti: tasse ed esproprio di verità (Fiscal Compact) e politica

Letta erede di Monti: tasse ed esproprio di verità (Fiscal Compact) e politica

ROMA – Enrico Letta erede di Mario Monti: tasse ed esproprio di verità (Fiscal Compact) e politica. Nell’improvvisa impennata di orgoglio nazionale anti-austerity (Letta-Napolitano) contro l’importuno Commissario europeo Olli Rehn (“mancano 6 mld agli obiettivi”) c’è tutta la tragicomica impostazione strategica di un Governo nato sotto la stessa ipoteca politica che portò alla formazione del Governo Monti. Tragica perché il rigore inibisce quella crescita che sola può consentire l’ambizioso piano di dimezzamento del debito pubblico in 20 anni.

Comica, quando si assiste alla riproposizione tale e quale dello stesso alibi (“Ce lo chiede l’Europa”) usato prima dal Berlusconi commissariato (la famosa lettera della Bce scritta a Roma pro domo sua) giù giù fino a Letta per giustificare via via il mancato abbattimento delle tasse sul lavoro, l’esproprio continuato ai danni dei pensionati per rimediare ora a questo ora quel fallimento di politica più surreale che fiscale avvitatasi sull’Imu.

E all’esproprio di conoscenza ai danni del contribuente che ormai sa fino alla nausea di aliquote e rendite catastali ma nulla di un fiscal compact che senza almeno un due per cento di crescita l’anno vale una quarantina di miliardi l’anno per raggiungere il fatidico 60% di debito sul Pil.

Al sussulto anti-rigorista di Napolitano e  Letta, inusualmente duro contro Rehn, è impossibile credere davvero, a meno che non si creda a un progetto chiaro, supportato dal consenso di altri paesi, organico e perseguibile per contrattare con l’Europa la fine dell’austerità, dei vincoli “stupidi” (Prodi), della paralisi della politica esautorata dai tecnocrati. L’unico progetto in campo è lo spirito delle larghe intese che non contempla l’autocritica di chi sottoscrivendo il fiscal compact è legato mani e piedi alla volontà tedesca.

Della quale è perfettamente inutile criticare l’eccezionale surplus della bilancia commerciale (cui come vagoni sono legate le aziende che in Italia ancora esportano) che si sono costruiti con una decennale politica più pragmatica che riformista (parola mondo che comprende tutto e il contrario di tutto), basta contare il numero degli uffici esteri della Repubblica federale sparsi per il pianeta.

Di cosa parla Rehn quando invita con poco garbo a fare meglio i conti? Non dei 6 miliardi che non vede nella Legge di Stabilità: quello lo vedono tutti, per primi i tecnici della Camera che hanno appena finito di verificare come tutto l’impianto della ex finanziaria (dalla casa al cuneo fiscale alle misure per gli esodati) è, in termini di previsioni contabili, tutto da verificare, appunto. Non parla di spending review e di risparmi da destinare al taglio delle tasse sul lavoro, principio enfaticamente sbandierato dalla stessa Camera con una risoluzione che il ministro dell’Economia Saccomanni ha un momento dopo liquidata come prematura.

Olli Rehn, che fa politica e ha ambizioni europee, sta dicendo all’Italia, attesa alla presidenza del semestre europeo, non si metta in testa di allentare i vincoli europei. Mette le mani avanti, si prepara e lancia avvisi. Proprio nel momento in cui Saccomanni e Moavero (lo avete mai visto a un talk-show) dovranno trattare con l’Europa sui cosiddetti “contractual arrangements”: questi accordi contrattuali prevedono l’impegno vincolante ad attuare le raccomandazioni specifiche di Bruxelles da parte dei Paesi membri dell’eurozona. In cambio verrebbero concessi «meccanismi di solidarietà» comunitari per aiutare i governi ad affrontare soprattutto gli effetti iniziali delle misure di austerità e delle riforme strutturali.

Un’altra cessione di sovranità a prezzi di saldo, anche perché di eurobond per mutualizzare con l’Europa i debiti sovrani si parla solo per dire che se ne parlerà. E possiamo scommettere che mercoledì 11 in Parlamento per la fiducia a Letta, non una parola (che non sia la solita finta tipo Napolitano-Letta di ieri) sarà spesa per far sapere al popolo sovrano cosa implica un contractual arrangement, cosa possiamo esigere, cosa siamo disposti ad offrire. Ci resterà una stabilità da cimitero, del resto “ce lo chiede l’Europa”.