Crisi di Governo, Gasparri: chi vuole “Ursula” sia per Berlusconi  

di Marilena D'Elia
Pubblicato il 20 Agosto 2019 13:03 | Ultimo aggiornamento: 20 Agosto 2019 13:03

ROMA- “Prodi, che propone per l’Italia la maggioranza Ursula-Orsola, facendo riferimento alla recente elezione del nuovo presidente della Commissione Europea, dimentica un dettaglio. Che quella presidente appartiene al Partito Popolare Europeo, non alle orde di socialisti e di grillini che creano danni in Italia e in Europa”, è la posizione del senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri in merito alla proposta di Romano Prodi.

Il padre dell’Ulivo infatti, per una soluzione alla crisi extraparlamentare di cui oggi 20 agosto si sapranno gli sviluppi, immagina una coalizione di governo filo-europea formata dalle forze politiche che a Strasburgo hanno eletto la nuova presidente della Commissione Ursula von der Leyen.

La von der Leyen fa parte del partito dei Popolari Europei come Silvio Berlusconi perciò, conclude il senatore Gasparri:

“Vogliono la maggioranza Ursula in Italia? Benissimo. Votino per Silvio Berlusconi presidente del Consiglio. Che fa parte del PPE come la nuova presidente della Commissione Europea”

La coalizione Ursula secondo Prodi dovrebbe essere quindi formata dai partiti Pd, M5S e dai Popolari Europei, di cui fa parte Forza Italia.

Per realizzare la proposta da Prodi si dovrebbe però passare attraverso un accordo tra M5S e Pd oltre che dal consenso da parte di Forza Italia.

Perché Piano Ursula?

Lo chiamano Piano Ursula e potrebbe costituire l’alternativa alle elezioni anticipate, un’opzione B in grado di prolungare l’attuale legislatura, evitando il voto a ottobre. Alcuni lo chiamano patto Pd-M5s-Forza Italia o più semplicemente Renzi-Grillo-Berlusconi.

E’ un’ipotesi di convergenza dei tre partiti – o di loro settori, come vedremo – che a livello europeo hanno sostenuto la nomina di Ursula von der Leyen presidente della Commissione Ue. Vale a dire Pd, Movimento 5 Stelle e Forza Italia.

Piano Ursula: i numeri in Parlamento
La “coalizione Ursula” potrebbe far gola anche ad alcuni parlamentari del gruppo misto (fuoriusciti ed esponenti di liste minori) che potrebbero preferire l’inerzia della continuità ai rischi dello scioglimento delle Camere.

Vediamo nel dettaglio i numeri: alla Camera il M5S è il primo gruppo, con 216 deputati; 111 sono quelli del Pd. La somma è 327, ovvero 11 seggi sopra al quorum di 316. Gli eletti di Forza Italia sono 104, quelli aderenti al gruppo misto 27. Anche immaginando corpose defezioni, sembra sussistere una base numerica.

Al Senato, dove i numeri sono più risicati, diventerebbe ancora più cruciale l’apporto eventuale di fuoriusciti da Fi o di pattuglie dal gruppo misto. La soglia di maggioranza è infatti a quota 158, ma sale a 161 conteggiando nel quorum i senatori a vita. Il M5S conta 107 senatori, il Pd 51 (la somma di Pd e 5S è proprio 158), Forza Italia 62 e ben 25 si trovano tra gruppo misto e gruppo degli autonomisti.

I rischi (e la legge elettorale)
Lo scenario del Piano Ursula si inserisce su una strada molto stretta. È uno sbocco improbabile, ma è ragionevolmente l’unica alternativa a imminenti elezioni anticipate. Perché lo schema Ursula si concretizzi è infatti necessario che qualcosa si sblocchi nei prossimi giorni, per evitare una crisi-lampo con scioglimento immediato (che non a caso è l’opzione invocata da Matteo Salvini). Inoltre, per ciascuno dei tre soggetti (Pd, M5S e Fi) non sarebbe semplice giustificare agli occhi del proprio elettorato una scelta del genere, a meno che l’iniziativa non appaia favorita dal Quirinale (e Sergio Mattarella sembra fin qui aver adottato un approccio meno interventista del suo predecessore).

Si aggiunga che comunque il taglio dei parlamentari, se approvato, metterebbe a rischio la rielezione di molti. Soprattutto, è probabile che se l’evoluzione della crisi si indirizzasse verso una “conventio ad excludendum”che metta all’opposizione il primo partito italiano (alle europee e nei sondaggi dell’ultimo anno), cioè la Lega, un comunicatore abile come Salvini potrebbe efficacemente cavalcare l’indignazione per una “manovra di palazzo”, guadagnando ulteriori consensi. Proprio a questo punto del ragionamento si inserisce la carta decisiva, quella della legge elettorale.

Il Rosatellum, come illustrato qui con Salvatore Vassallo e Matteo Cavallaro, è infatti solo all’apparenza un sistema proporzionale. L’arma numero uno di Matteo Salvini, allo stato attuale, è data da quel 36% di seggi eletti con collegi uninominali che amplificherebbe significativamente la portata di una sua affermazione elettorale. Le simulazioni YouTrend certificano che con circa il 50% dei voti il centrodestra unito potrebbe conseguire ben il 67% dei seggi, e che con il 37% dei voti la Lega da sola potrebbe arrivare al 46% dei seggi. È l’effetto ‘disproporzionale’ del Rosatellum, prodotto dal grande distacco che oggi i sondaggi registrano tra la prima coalizione (il centrodestra, nelle sue varie possibili versioni) e la seconda (il centrosinistra). Un effetto disproporzionale mascherato, nel risultato del 4 marzo 2018, dalla peculiare distribuzione geografica del voto, con il centrodestra dominante al Nord e il 5 Stelle dominante al Sud, che hanno così finito per compensarsi a vicenda.

Se la coalizione Ursula immaginasse di rivedere la legge elettorale in senso proporzionale, smusserebbe l’arma oggi in mano a Salvini, a cui non basterebbe più il 37% e neanche il 40%, ma che dovrebbe plausibilmente avvicinarsi al 50% dei voti da solo. Si renderebbe così molto più difficile da conseguire un risultato elettorale netto e ‘monocolore’ come quello oggi ipotizzabile con il Rosatellum, favorendo invece un sistema politico più ‘consociativo’, punteggiato di alleanze e intese post-elettorali. Uno scenario che Matteo Salvini vuole evitare a ogni costo. (Fonte Agi).