“Ditemi se sono il capo”. Oggi M5S vota su Di Maio

di Dini Casali
Pubblicato il 30 maggio 2019 10:34 | Ultimo aggiornamento: 30 maggio 2019 13:18
"Ditemi se sono il capo". Oggi M5S vota su Di Maio

“Ditemi se sono il capo”. Oggi M5S vota su Di Maio

ROMA – Oggi si rivota. No, tranquilli, non tutti, solo militanti e sostenitori M5S convocati per la consultazione online sulla piattaforma Rousseau.

“Ditemi se sono il capo”. Al netto di un qualche crash o down o come si dice quando il prezioso server va in tilt, dalle dieci di questa mattina alle otto di sera potranno esprimersi sulla leadership di Di Maio che in pratica chiede “ditemi se sono il capo”. E’ richiesto un sì o un no.

Dopo una batosta del genere l’unico ricostituente possibile per l’afflitto capo politico è una iniezione di fiducia popolare, in puro stile M5S: l’allenatore in crisi dopo una sconfitta, di fronte all’alternativa tra continuare o lasciare il posto a uno più bravo, ha chiesto alla curva di decidere per lui.

5 x 1000

Plebiscito annunciato. Si passi la battuta perché è tra le più azzeccate nello psicodramma social vissuto ieri dai grillini (autore il troll Vujadin Boskov citato dal Corriere della Sera) e perché descrive meglio di tutti l’appello al popolo della rete da parte di un leader che chiede un voto su se stesso, un referendum sul suo nome, la fiducia sulla parola. Che poi sarà un plebiscito, perché il verdetto è già scritto.

Fico: “Abbiamo un vertice senza avere tutto il resto”. Contrarietà alla votazione è stata espressa solo dal presidente della Camera, Roberto Fico, in occasione dell’assemblea M5s alla Camera, una sorta di rito di autocoscienza della vecchia politica sopravvissuto ai tempi della democrazia diretta. “È da vecchia politica mettere in discussione il capo politico dopo una sconfitta dopo le prime elezioni. Abbiamo un vertice senza avere tutto il resto, quindi abbiamo preso solo il peggio”, ha detto Fico.

Cioè c’è un vertice, una specie di cerchio magico, poi c’è il popolo M5S. In mezzo il nulla. E dalle prime mosse si è capito che il vertice, cioè Grillo e Casaleggio, sta con Di Maio e per la prosecuzione della legislatura attaccati al cannibale Salvini. A pagare, a parte l’omaggio di qualche testa ministeriale che prima  poi il cannibale esigerà,  è solo lo staff della Comunicazione, da Casalino in giù.

A pagare solo lo staff Comunicazione. Tanto che, subito dopo l’intervento di Di Maio, tutto la staff, su richiesta di 15 deputati e nonostante il resto della riunione si opponga, lascia l’Auletta dei gruppi. Sono presenti, invece, tutti i big del Movimento, incluso Roberto Fico e Alessandro Di Battista. Segno di un’assemblea se non decisiva, almeno fondamentale per il proseguo del Movimento di governo. Anche perché Di Maio, prendendo la parola, scandisce la domanda chiave ai suoi parlamentari: “Volete ancora sostenere questo governo? Conte vuole saperlo”, è la domanda che il vicepremier pone all’assemblea.

Domanda sulla quale, invero, non c’è alcun voto e che prevede, almeno al momento, una automatica risposta positiva. Con una strategia che i vertici avrebbero in mente in queste ore: lasciare davvero il pallino dei provvedimenti a Matteo Salvini a partire da quelli più complicati, come la flat tax. “Ci faccia vedere le carte, non ci opporremo”, è il senso della strategia che metterà in campo Di Maio. Sul piano interno, invece, l’assemblea, da sfogatoio contro i dimaiani si trasforma in una sorta di seduta di autocoscienza, con i “big” decisi a blindare Di Maio.

“Luigi, scusa se non ti ho aiutato abbastanza”, si spinge a dire Di Battista che da il suo placet ad una riorganizzazione più “movimentista” dei Cinque stelle, sulla scia di quanto spiegato da Di Maio. “Sono stato frainteso dai giornali, hai ancora fiducia in me?”, chiede ad esempio Gianluigi Paragone, finito in queste ore sul banco degli imputati. Emilio Carelli non nasconde i suoi dubbi sull’attuale squadra di ministri (peraltro tutti presenti) mentre tarda notte uno degli interventi più attesi, quello di Fico, ancora non si produce. E qualcuno comincia a lasciare l’assemblea. “La mia pazienza è finita”, osserva un senatore ortodosso prima di lasciare la riunione. Ma domani, salvo colpi di scena, per Di Maio sarà un plebiscito. (fonte Ansa)