Marini, Mattarella, Urbani: chi al Quirinale? E Bersani dove?

Pubblicato il 25 Marzo 2013 11:33 | Ultimo aggiornamento: 25 Marzo 2013 12:24

Franco Marini (LaPresse)

ROMA – Franco Marini (che, alla luce delle ultimissime, sembra il favorito, ma si sa tutto cambia) ma anche Sergio Mattarella, Annamaria Cancellieri ma anche Giuseppe De Rita. E anche, perché no? Giuliano Urbani: per il prossimo Presidente della Repubblica, i nomi nello shaker della politica italiana sono tanti, alcuni nuovi altri ricorrenti. C’è chi sale, come Marini, c’è chi scende (secondo la Stampa), come Giuliano Amato e Romano Prodi, troppo logorati, questi ultimi due. Forse esagerando Renato Brunetta ha detto che se la sinistra mandasse Prodi (o Gustavo Zagrebelsky) al Quirinale, Berlusconi arriverebbe al 40 per cento dei voti. Certo la comparsa di Prodi sul palco di Milano al comizio di chiusura del Pd parecchi voti a favore di Beppe Grilloli ha spostati.

Attenzione alle date: il 15 maggio, senza proroghe o, come ha detto lui stesso, senza “straordinari”, Giorgio Napolitano uscirà dal portone del Quirinale per trasformarsi, come vuole la norma, in senatore a vita.

Per quella data, i Grandi elettori designati dalla Costituzione (deputati, senatori e 58 delegati delle Regioni) dovranno avere scelto. L’inizio delle votazioni è fissato per il 15 aprile, ma di fatto si slitterà a fine mese, causa le elezioni regionali in Friuli – Venezia Giulia del 21 aprile, da cui dipende anche la designazione dei rappresentanti di quella Regione a statuto speciale.

Sono tempi stretti, come stretti sono i tempi per la formazione di un Governo che tutti in Italia invocano nella speranza che qualcosa di meglio di cpiti, dopo il disastro di Mario Monti.

I quotidiani del lunedì mattina aggiornano il quadro politico, in continua evoluzione, attorno alle manovre di Pierluigi Bersani, che ha messo la partita del Quirinale nello stesso cilindro dal quale vorrebbe estrarre per se il coniglio dell’insediamento a palazzo Chigi, sede del primo ministro italiano. Bersani spera di mettere sul piatto un Presidente della Repubblica che vada bene a Berlusconi e in cambio di questo avere quel tanto di voti, magari tramite i senatori del neonato Gruppo autonomista (Gal), che gli consentano di ottenere la fiducia al Senato. Ma, nota Marco Conti sul Messaggero, quelli del Gal non si muovono senza il via libera di Berlusconi e anche di Roberto Maroni.

Tutto quindi riporta all’intreccio fra i due palazzi romani, quello in basso, palazzo Chigi e quello sul colle, il Quirinale.

Il quadro è pieno di subordinate, di ipotesi A e ipotesi B, ma shakerando un po’ (nel caso specifico sembra meglio lo shaker del miscelatore in cui si fa lo stirring aborrito d James Bond), si hanno queste scuole di pensiero:

Per Repubblica ci sono tre cattolici come possibili candidati del Pd a Presidente della Repubblica: Franco Marini, Sergio Mattarella e Pierluigi Castagnetti. Sono ex democristiani di razza e di alto lignaggio, persone di levata qualità, dal forte profilo umano e politico, gente perbene.

Carmelo Lopapa su Repubblica li etichetta come “la squadra a tre punte “sulla quale Pierluigi Bersani punta,nelle sue trattative sotterranee e misteriose per “chiudere la doppia partita Governo – Quirinale”.

Sono due partite, nota Lopapa, che

si intersecano, impensabile chiudere quella per Palazzo Chigi tenendo fuori il Colle. E lo schema di gioco non può prescindere da un accordo di massima con Berlusconi e i suoi, ma anche con Maroni e la Lega. Con l’obiettivo di strappare la loro «non sfiducia», la mancata partecipazione al voto che consenta a Bersani di strapparla, quella benedetta fiducia al Senato, e salpare”.

Con un elementare buon senso caratteristico delle sue valli, Bersani ricorda ai giovani dalla tendenza bolscevica che lo circondano, ringalluzziti dalle intemperanze di Beppe Grillo, che con Palazzo Chigi al Pd e i presidenti delle Camere di sinistra, Pd e Sel,

“non potrà non trattare sul Colle con l’emisfero destro delle Camere”.

Come ha indicato Berlusconi, i tre candidati di Bersani sono tre “illustri ex” e certo non sono “comunisti”, anche se forse agi occhi di Berlusconi sono anche peggiori.

1. “Franco Marini è stato presidente del Senato, figura di moderato e, come dicono anche dal Pdl, «di buon senso». Quando nel 2008 venne incaricato dopo le dimissioni di Prodi, non si accanì oltre e gettò la spugna aprendo la strada verso il voto. E ancor più apprezzata perché il 26 luglio del ‘90, in occasione dell’approvazione della legge Mammì ad opera del sesto governo Andreotti, nella spaccatura che seguì nella Dc, Marini si schierò col presidente del Consiglio”.

Aggiunge Lopapa che “il nome di Franco Marini è stato fatto sabato 23 marzo a Palazzo Grazioli, nei conciliaboli seguiti alla manifestazione di Piazza del Popolo”.

2. “Sergio Mattarella, invece, ha l’handicap della legge Mammìm la legge che bloccò le ambizioni egemoniche di Berlusconi nella editoria. Giudice costituzionale, è stato ex ministro, nonché padre della legge elettorale post Tangentopoli. Ma nel luglio del ‘90 Sergio Mattarella fu uno dei ministri della sinistra dc che preferì dimettersi piuttosto che approvare la norma che spalancava l’etere alle tv del Biscione. Berlusconi, raccontano, non gliel’ha mai perdonata”.

Infatti, quando il nome di Mattarella fu fatto per la carica di vice presidente del Consiglio superiore della Magistratura (Csm), Berlusconi, che all’epoca controllava Palazzo Chigi e il Parlamento, mise il veto.

3. Pierluigi Castagnetti. Ha fatto un passo indietro, non si è ricandidato, ex segretario del Ppi, vicepresidente della Camera nella passata legislatura, un cattolico con ottimi e longevi rapporti con le gerarchie vaticane. Per non dire del gradimento di Matteo Renzi, che in questa fase conta non poco”.

Poi c’è anche il piano “B” con due strade distinte.

1. Percorso “istituzionale”. “Porterebbe i democratici a giocare la carta Pietro Grasso, appena eletto presidente del Senato, che ha già ottenuto il consenso (e il voto) di una parte del M5s.

2. Ancora Mario Monti, ipotesi

“parecchio segnata dalla campagna elettorale”

e anche, ma questo Lopapa su Repubblica non lo può dire, dalla catastrofe in cui ha fatto precipitare l’ Italia. È una ipotesi che fa tremare la maggioranza degli italiani, ma in politica può sempre succedere di tutto, di solito il peggio.

Bersani sa anche che nei suoi ragionamenti e manovre non può prescindere, qualsiasi cosa dica ufficialmente, Berlusconi, che la sinistra guarda come un foglio di trasparente vetro, ma che invece c’è, ha preso tanti voti e

“non ci sta a giocare di rimessa”.

Oltre a Franco Marini , secondo Lopapa, a Berlusconi andrebbero bene Lamberto Dini, altro ex a suo modo “trasversale” e Luciano Violante, vecchio comunista e giudice che però ha preso posizioni di presa di distanza dal suo vecchio mondo e del quale chi ha combattuto Berlusconi in trincea e non nei salotti, ricorda comportamenti discutibili sul piano dello schieramento contro Berlusconi.

E alla fine, conclude Lo Papa,

“se il gioco dei veti incrociati dovesse paralizzare la scacchiera, lo sbocco potrebbe essere un nome esterno alla politica. Espressioni della società civile, outsider ma di assoluto prestigio come il giurista Gustavo Zagrebelsky, il padre  della legge sulla privacy unica al mondo, Stefano Rodotà, l’ex presidente del Cnel e attuale del Censis, Giuseppe De Rita. Pedine sulle quali, proprio per la loro natura, i Cinque stelle potrebbero alla fine convergere”.

Acqua al principio che a un laico (Napolitano) si alterni un cattolico è portata dal Corriere della Sera: nel Pd c’è chi è d’accordo, riferisce Francesco Verderami,

“a patto che si discuta di personalità riconosciute, fuori dai partiti e di forte spirito repubblicano”.

Per un partito che ha scelto Laura Boldrini a presiedere la Camera ce ne vuole di coraggio a parlare così; ma è la politica. E poi, nota Verderami,

“in Parlamento non sono possibili oggi prove di forza, non ci sono cioè blocchi capaci di imporre l’elezione di un nuovo capo dello Stato, nemmeno dalla quarta votazione: il Pd è diviso, Scelta civica è spaccata, i Cinquestelle hanno già dimostrato di non reggere alle votazioni a scrutinio segreto, e anche la solidità dell’asse Pdl-Lega è da verificare nei passaggi decisivi”.

In questo quadro non sono possibili candidature di rottura o troppo di parte per il Quirinale e ciò fa perdere

“quindi forza alla candidatura di Prodi, che peraltro farebbe gridare al «golpe» Berlusconi, a vantaggio di profili come quello del ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, e del fondatore del Censis, Giuseppe De Rita, sempre restio però a incarichi politici. E comunque, se davvero si arrivasse a una trattativa, toccherebbe al Pdl avanzare al Pd la proposta di una «rosa», nella quale troverebbe posto Giuliano Urbani”.

C’è poi una scelta estrema, la conferma di Napolitano, cui fa contrasto la volontà dichiarata di lasciare da parte dello stesso e la sua età, 88 anni; ma, sottolinea Verderami,

“è altrettanto vero che «se gli venisse chiesto dal Parlamento — come dice spesso il Cavaliere — non potrebbe tirarsi indietro». In quel caso, tornato nella pienezza dei suoi poteri, il capo dello Stato potrebbe sciogliere le Camere. E si andrebbe al voto, magari con il governo Bersani sfiduciato…”.