Renzi lascia il Pd. Chi sono i 30 parlamentari che lo seguono: da Bellanova a Boschi, Giachetti…

di alberto francavilla
Pubblicato il 17 Settembre 2019 9:24 | Ultimo aggiornamento: 17 Settembre 2019 10:11
Renzi lascia il Pd e si porta 30 parlamentari. Chi sono: dalla Bellanova a Boschi, Giachetti...

Matteo Renzi in una foto Ansa

ROMA – Matteo Renzi lascia il Pd, come ampiamente preannunciato da tutti i giornali negli ultimi giorni. Ora arriva l’ufficialità tramite un’intervista a Repubblica a firma di Annalisa Cuzzocrea in cui ha spiegato di voler combattere Salvini e che lo seguiranno una trentina di parlamentari con cui già questa settimana formerà gruppi autonomi. Certo, fa effetto vedere una scissione nel Partito Democratico subito dopo la formazione del governo con M5s, alleanza tra l’altro fortemente sponsorizzata e cucita proprio da Renzi. Probabilmente prevale la volontà di essere comunque capo e di poter dettare l’agenda in prima persona, senza sottostare alle logiche (e alle correnti) di un partito frammentato e complesso come quello attualmente guidato da Nicola Zingaretti.

Chi segue Renzi alla Camera.

Quelli che sembrano sicuri del cambio di casacca sono Maria Elena Boschi, Gennaro Migliore, Ivan Scalfarotto, Michele Anzaldi, Roberto Giachetti, Silvia Fregolent, Marco Di Maio, Anna Ascani, Luciano Nobili, Luigi Marattin, Lucia Annibali, Mattia Mor, Nicola Carè, Massimo Ungaro. Capo delegazione sarebbe Ettore Rosato.

Chi sono i renziani al Senato.

In questo caso i senatori pronti a spostarsi sono Francesco Bonifazi, Teresa Bellanova (che sarà capo-delegazione all’interno del governo giallorosso), Tommaso Cerno, Davide Faraone, Eugenio Comenicini, Nadia Ginetti, Ernesto Magorno, a cui si aggiunge la ex forzista Donatella Conzatti. 

I renziani che (per ora) restano nel Pd.

Da Luca Lotti a Lorenzo Guerini, passando per  il capogruppo al Senato, Andrea Marcucci. Sono diversi i politici che, pur appartenendo alla corrente renziana, sembrano ancora resistere alle sirene del cambiamento. Una scelta che hanno preso anche i sottosegretari Morani e Malpezzi. Stessa cosa anche per alcuni esponenti politici esterni al mondo romano ma legati alla figura di Renzi: uno per tutti Dario Nardella, sindaco di Firenze, che ha provato a dissuaderlo senza riuscirci: “Resto, serve un partito unito”. 

L’intervista di Renzi a Repubblica.

“Quello che mi spinge a lasciare è la mancanza di una visione sul futuro”, ha affermato l’ex premier che ha definito l’attuale Pd “un insieme di correnti”, “i parlamentari che mi seguiranno saranno una trentina, più o meno. Non dico che c’è un numero chiuso, ma quasi”.

“I gruppi autonomi nasceranno già questa settimana. E saranno un bene per tutti: Zingaretti non avrà più l’alibi di dire che non controlla i gruppi Pd perché saranno ‘derenzizzati'”, ha sottolineato l’ex segretario, “e per il governo probabilmente si allargherà la base del consenso parlamentare, l’ho detto anche a Conte. Dunque l’operazione è un bene per tutti, come osservato da Goffredo Bettini. Ma questa è solo la punta dell’iceberg. Il ragionamento è più ampio e sarà nel Paese, non solo nei palazzi”.

“Voglio passare i prossimi mesi a combattere contro Salvini”, ha detto Renzi assicurando che con la sua iniziativa il fronte contro il leader leghista potrà allargarsi. “Abbiamo fatto un capolavoro tattico mettendo in minoranza Salvini con gli strumenti della democrazia parlamentare”, ha osservato, “ma il populismo cattivo che esprime non è battuto e va sconfitto nella società. E credo che le liturgie di un Pd organizzato scientificamente in correnti e impegnato in una faticosa e autoreferenziale ricerca dell’unità come bene supremo non funzionino più”.

“Non ho un problema personale con Zingaretti, né lui ha un problema con me”, ha assicurato Renzi, “abbiamo sempre discusso e abbiamo sempre mantenuto toni di civiltà personali. Qui c’è un fatto politico. Il Pd nasce come grande intuizione di un partito all’americana capace di riconoscersi in un leader carismatico e fondato sulle primarie. Chi ha tentato di interpretare questo ruolo è stato sconfitto dal fuoco amico. Oggi il Pd è un insieme di correnti. E temo che non sarà in grado da solo di rispondere alle aggressioni di Salvini e alla difficile convivenza con i 5 Stelle”.

“Di Maio non convince”, ha sottolineato, “non ho fatto tutto questo lavoro per morire socio di Rousseau. Per me la politica è un’altra cosa rispetto all’algoritmo di Casaleggio. Ma non voglio disturbare il Pd. La nostra Casa non si candiderà né alle regionali né alle comunali almeno per un anno. Chi vorrà impegnarsi lo farà con liste civiche o da indipendente. La prima elezione cui ci presenteremo saranno le politiche, sperando che siano nel 2023. E poi le Europee del 2024. Abbiamo tempo e fiato”.

Renzi non ha voluto rivelare il nome della sua nuova formazione, ma ha spiegato che “non sarà un partito tradizionale, sarà una casa. E sarà femminista con molte donne di livello alla guida. Teresa Bellanova sarà la capo delegazione nel governo”.

“Il Conte bis è un miracolo. Aver mandato a casa Salvini resterà nel mio curriculum come una delle cose di cui vado più fiero”.

“Voglio passare i prossimi mesi a combattere il salvinismo nelle piazze, nelle scuole, nelle fabbriche. Faremo comitati ovunque. Non posso farlo se tutte le mattine devo difendermi da chi mi aggredisce in casa mia”

Renzi non si opporrà a un un’eventuale riforma elettorale in senso proporzionale promossa da Pd e M5s ma continua a preferire un sistema a doppio turno. “Lo rispetterò se è parte dell’accordo di governo”, ha spiegato, anche se “sogno che Zingaretti e Di Maio si sveglino un giorno proponendo il monocameralismo, il doppio turno, un sistema in cui la sera sai chi ha vinto le elezioni. Non cambio idea”. E all’osservazione che sono le stese cose che chiede Matteo Salvini, l’ex premier replica:  “Non conta, se è giusto”. (Fonte Repubblica).