Cameron verso la guerra in Siria, Corbyn e Labour nel panico

di Redazione Blitz
Pubblicato il 2 Dicembre 2015 14:20 | Ultimo aggiornamento: 2 Dicembre 2015 14:20
Cameron verso la guerra in Siria, Corbyn e Labour nel panico

Cameron verso la guerra in Siria, Corbyn e Labour nel panico

LONDRA –  Il governo britannico deve “essere onesto” con l’opinione pubblica sulle potenziali conseguenze di un’azione militare in Siria, perché “aumenterà i rischi di attacchi terroristici”: lo ha detto oggi 2 dicembre il leader laburista britannico Jeremy Corbyn nel suo intervento ai Comuni. “I bombardamenti uccideranno dei civili innocenti” e creeranno ancora più rifugiati, ha aggiunto.

Ma più che il Governo o l’opinione pubblica, la missione impossibile è convincere i suoi compagni di partito. Con i quali aveva già capitolato. I Laburisti vanno infatti alla spicciolata sul via libera all’allargamento alla Siria dei raid britannici “anti-Isis“. Dopo un lungo braccio di ferro, il nuovo leader Jeremy Corbyn, pacifista irriducibile, ha dovuto cedere al compromesso con l’ala più moderata (e interventista) del partito, annunciando “la libertà di voto” per i suoi deputati. Una decisione che spiana la strada al governo conservatore di David Cameron, intenzionato a dare l’ordine di fuoco in settimana, in modo da permettere ai jet della Raf – già in volo sui cieli dell’Iraq – di unirsi ai molti che bombardano anche la Siria.

Questa battaglia e altre recenti dichiarazioni di Corbyn e i suoi alleati sulla politica estera – un dirigente nominato da Corbyn incolpò l’ex primo ministro laburista Tony Blair per gli attacchi terroristici che colpirono Londra nel 2005, per esempio – fanno chiedere a membri del partito se non sia il caso di liberarsi di lui. (The Economist).

 

Uno scenario affollato e non privo di pericoli, tanto più in assenza di una strategia di terra affidabile e di una soluzione politica definita, ma da cui – secondo Cameron – la Gran Bretagna non può restare esclusa: per ragioni di “sicurezza nazionale”, tenuto conto della minaccia che l’Isis rappresenta anche per Londra, ma forse soprattutto d’immagine. Il voto della Camera dei Comuni, che dovrà autorizzare questa operazione dopo averla bocciata nel 2013 (quando il governo peraltro affermava di voler colpire le forze governative di Assad e non i jihadisti), non è stato ancora messo in calendario.

Quella di Corbyn e del 75% degli iscritti, secondo un sondaggio appena commissionato. Ma il leader non imporrà il suo no a tutti i deputati. Chi riterrà di di dire sì “secondo coscienza” potrà farlo, ha detto un portavoce. Una scelta che non garantisce l’unitarietà del partito di fronte a un dossier importante di politica estera e di sicurezza nazionale e che tuttavia evita la spaccatura pubblica.

A piegare Corbyn è stato il suo stesso gabinetto ombra, in maggioranza disponibile a votare in favore dei raid in Siria a dispetto dei sentimenti della maggioranza della base. Ma anche la minaccia di fronda di quei deputati laburisti ‘moderati’ – fino a 50 secondo alcune stime – a disagio con il suo pacifismo.

In cambio il leader evita di esporsi al rischio di una sorta di sfiducia di parte della nomenklatura interna – o addirittura alle tentazioni di un “golpe” contro di lui, come denunciato dal tribuno sindacale Len McCluskey – e ottiene l’appoggio di tutto il gruppo parlamentare se non altro nella richiesta a Cameron di allungare i tempi del dibattito: almeno a due giorni. Bruciano tuttavia le critiche, dallo stesso fronte d’opposizione, degli indipendentisti scozzesi dello Snp. La cui leader, Nicola Sturgeon, ha bollato il compromesso raggiunto dal Labour come un via libera mascherato a un’altra guerra.