Dalai Lama, San Suu Kyi e Shirin Ebad prima di Xiaobo: tutti i Nobel che irritano i governi

Pubblicato il 8 Ottobre 2010 19:21 | Ultimo aggiornamento: 8 Ottobre 2010 21:31

Dal Dalai Lama ad Aung San Suu Kyi, all’iraniana Shirin Ebadi, sono tanti i Nobel premiati per il loro impegno all’estero ma che irritano i loro governi.

Come per il caso bufera del Nobel per la pace del 2010, Liu Xiaobo, anche nel 1989 al Nobel conferito al Dalai Lama, leader spirituale dei buddhisti del Tibet, per la sua ricerca di ”soluzioni di pace” in difesa ”dell’eredita’ storica e culturale del suo popolo”, la risposta della Cina non si fece attendere. Pechino definì il premio frutto di ”un complotto dell’Occidente” e accuso’ il Comitato di ”interferire deliberatamente negli affari interni della Cina”.

Ancora oggi il Dalai Lama, che vive in esilio in India, viaggia per il mondo occidentale per promuovere la causa dei tibetani, ed è diventato il simbolo della lotta per l’autodeterminazione dei popoli. Fu invece accolto nel silenzio della giunta militare birmana, il Nobel conferito nel 1991 ad Aung San Suu Kyi, la leader del movimento di opposizione ‘Lega per la Democrazia’, all’epoca già agli arresti domiciliari da due anni. Oslo riconobbe ”il suo impegno per la democrazia” e il suo ”coraggio civile” con cui ”con metodi pacifici combatte contro un regime caratterizzato dalla brutalità ”.

Solo oggi, a 63 anni di cui 15 degli ultimi 21 passati da reclusa, Aung San Suu Kyi potrebbe ritrovare la libertà secondo le intenzioni ventilate dalle autorità birmane, dopo le elezioni del 13 novembre. Ambigua invece la reazione di Teheran al premio Nobel alla giurista iraniana Shirin Ebadi, nel 2003 (l’anno in cui il mondo si aspettava il premio a Giovanni Paolo II), salutato dalle inattese ”congratulazioni” del governo riformista di Mohammad Khatami, dettate forse piu’ da un orgoglio nazionalistico che da un reale riconoscimento dei suoi meriti.

Il regime degli ayatollah sottolineava infatti ”l’onore per la comunità delle donne iraniane e delle donne musulmane”, esprimendo la speranza che le opinioni della militante per i diritti umani ”soprattutto in difesa di donne e bambini siano prese in considerazione all’interno come al di fuori dell’Iran”. Da allora però Ebadi ha denunciato di subire minacce e persecuzioni, anche dalle autorità iraniane, ma è sempre rimasta in prima fila per difendere i diritti umani, al fianco dei manifestanti anti-Ahmadinejad o di Sakineh Mohammadi Ashtiani, la donna condannata prima alla lapidazione poi all’impiccagione.