Casamonica sceglie nuovo “re”, clan intoccabile e lo Stato..

di Redazione Blitz
Pubblicato il 25 Agosto 2015 11:25 | Ultimo aggiornamento: 25 Agosto 2015 11:26
Casamonica sceglie nuovo "re", clan intocabile e lo Stato...

I funeral of Vittorio Casamonica (LaPresse)

ROMA – Mentre il prefetto di Roma, Franco Gabrielli, dà la colpa dei funerali hollywoodiani di un capo clan zingaro a “un buco nel sistema informativo” (Simone Canettieri sul Messaggero), il clan dei Casamonica sta per scegliere il successore di Vittorio Casamonica. Tutto fa pensare che il figlio Alberto Casamonica gli succederà, ma, un po’ come ai tempi di Carlomagno, sotto l’ala del gran re nuovi regni si sono sviluppati e non è detto che il nipote Vittorio Casamonica dica sì senza obiettare.

Vittorio Casamonica era il capo del clan, il cui funerale in stile Hollywood ha messo in moto una polemica mezzo politica mezzo di costume. Si tratta di un tipico polverone all’italiana, che non porterà a nulla, visto che l’Antimafia ha scritto dei Casamonica il peggio che si può, Rosy Bindi ha pontificato, ma quelli sono liberi, felici, ricchi, pagano affitti d’affezione e un po’ si sentono anche protetti dal loro status di zingari, parola da non pronunciare per non passare per razzisti. Qualcuno, è vero, è in galera, ma per reati specifici ma di fronte agli urli che si sono uditi il meno che ci si potrebbe aspettare è l’applicazione delle leggi speciali antimafia che sembrano più disegnate per la lotta politica e per gravare le imprese di adempimenti e certificati invece che di stroncare le attività illegali.

E ci sono politici che non disdegnano di frequentare i componenti del clan incensurati, come l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno e l’attuale ministro del Lavoro Giuliano Poletti, quando era capo delle Coop.

Il clan Casamonica si avvia indisturbato a una nuova stagione di probabile prosperità con un nuovo “re” senza che nessuno batta un colpo. Se la prendono per un funerale e leggono senza emozione la cronaca di Lorenzo De Cicco sul Messaggero di Roma, che il titolo sintetizza così:

“Dopo Vittorio ora il clan prepara la successione. L’erede naturale del boss è il figlio Antonio: «È già un capo, stessa stoffa del padre» Tra i candidati a guidare la famiglia c’è anche un omonimo del defunto “re di Roma””.

Forse non ci sarà un summit, come nel Padrino di Francis Ford Coppola, la cui musica ha scandito la cerimonia funebre di Vittorio Casamonica, scrive Lorenzo De Cicco

“ma nel clan dei Casamonica la scomparsa del capostipite Vittorio apre la questione della successione. Perché l’uomo celebrato giovedì in pompa magna nella basilica di Don Bosco, il “re di Roma”, come inneggiavano i manifesti appesi sul sagrato della chiesa, era un’autorità indiscussa tra gli affiliati della Romanina. Un padrino anomalo, perché tra gli “zingari” di Roma Est il “re” non controlla direttamente tutte le attività del gruppo. Non era lui, insomma, ad avere l’ultima parola sui traffici illegali di questi ex cavallari abruzzesi che hanno trasformato interi quartieri della Capitale in fortini dello spaccio.
Se i Casamonica fossero davvero un regno, sarebbero una monarchia costituzionale. Dove il sovrano è una figura più rappresentativa che di potere. Un boss riconosciuto e rispettato, a cui si affidano le controversie interne.

Un leader. Vittorio lo era diventato alla morte del padre, Guerino, “il re degli zingari”. Anche lui seppellito con cavalli e carrozze, nel 1961. Così come sua moglie, Virginia, “la regina”, nel ’76.
Che lo scettro del clan passasse al figlio, a quel punto, è stato quasi naturale. Anche perché la stoffa del capo, dicono i famigliari, Vittorio l’ha sempre avuta. «Quando aveva 14 anni già teneva tutti sotto scacco. A quell’età sfrecciava per le strade della Romanina in Ferrari. E mica comandava solo qui. Faceva il signore pure a Via Veneto. Lo rispettavano tutti, amici e nemici».

Ora «il gruppo malavitoso più potente e radicato nel Lazio», come lo ha definito la Direzione investigativa antimafia, deve trovare un erede. Il candidato naturale è il figlio di Vittorio, Antonio. «Stessa stoffa del padre – dice chi lo conosce – Stessa intraprendenza, stesso modo di trattare con gli altri della famiglia. È già un capo». Antonio abita nella zona dominata da sempre dal vecchio capostipite. In via Roccabernarda, la parte della Romanina più vicina a Ciampino. È lì che sta scontando i domiciliari. È lì, al civico 10, che giovedì mattina sono venuti a prenderlo i carabinieri per permettergli di partecipare al funerale.

L’altro ras che potrebbe contendergli il predominio sulla cupola ha lo stesso nome del padrino defunto: Vittorio Casamonica. È già un boss nelle strade a ridosso del Gra, in zona Anagnina. Quelle dello spaccio controllato giorno e notte da vedette e telecamere. Quel «territorio militarizzato», come lo ha definito una sentenza del 2013 firmata dal gup del Tribunale di Roma, dove lo smercio di coca e hashish viene «praticato giorno e notte, senza sosta». Il cuore del «mercato permanente per i tossicodipendenti di tutta l’area sud di Roma e dei Castelli»”.

Quello che fa impressione di questa citazione non è l’enfasi quasi letteraria del magistrato, ma il fatto che 2 anni dopo quelle parole i Casamonica siano più forti e prosperi che mai.

Prosegue Lorenzo De Cicco:

“La galassia dei Casamonica è costellata di ras e capibanda. Un mondo chiuso ma frastagliato. Diviso in tanti piccoli clan con cognomi diversi: Casamonica, Di Silvio, Di Guglielmo, Di Rocco, Spada, Spinelli. Famiglie arrivate in questo pugno di strade dell’ex agro romano negli anni ’70. E che in un decennio ne sono diventate padrone, sostituendo i residenti “storici”, quei gruppi di operai e impiegati che avevano dato il nome a questa borgata, la Romanina, la “Piccola Roma”. «Famiglie – si legge nell’ultimo rapporto dell’Osservatorio sulla legalità del Lazio – tutte strettamente connesse sulla base di rapporti fra capostipiti che si sono imparentati tra loro. Almeno di un migliaio di persone operanti illegalmente a Roma».

Tanti sono finiti in carcere. Solo dal 2010 a oggi, polizia e carabinieri ne hanno arrestati 117. Quasi tutti per spaccio, ma anche per estorsione e usura, l’altra attività che frutta affari d’oro al clan, che oggi ha messo le mani su beni che valgono oltre 90 milioni di euro. Un impero da difendere. Che ora aspetta il suo nuovo re”.

Viste le premesse del racconto, se Antonio Casamonica non saprà imporsi o se Vittorio Casamonica non ne accetterà il comando, c’è anche da temere una guerra fra bande che insanguinerà Roma. Poi magari un magistrato letterato ci racconterà un nuovo romanzo criminale, e poi un film e poi la tv…