Churchill fece uccidere Mussolini per cancellare le tracce delle trattative

di Redazione Blitz
Pubblicato il 19 Gennaio 2015 11:05 | Ultimo aggiornamento: 19 Gennaio 2015 11:05
Churchill fece uccidere Mussolini per cancellare le tracce delle trattative

Churchill fece uccidere Mussolini per cancellare le tracce delle trattative

ROMA – Churchill fece uccidere Mussolini per cancellare le tracce delle sue trattative col Duce prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale: questa la tesi dei figli di Vanni Teodorani, nipote di Mussolini, fondatore e direttore dell’Asso di Bastoni. In questi giorni i figli hanno pubblicato i diari del padre a cinquant’anni dalla scomparsa. L’articolo di Luciano Garibaldi per IlSussidario.net, riportato anche da Italia Oggi.

La conferma giunge dalla pubblicazione integrale dei diari di Vanni Teodorani, fondatore e direttore dell’ «Asso di Bastoni»: la pubblicazione è voluta, a cinquant’anni dalla sua scomparsa, dai figli Anna e Pio Luigi.

Ebbene, oggi vedono la luce le memorie di Vanni Teodorani («Quaderno ’45/ ’46», Editrice Stilgraf, Cesena, www.stilgrafcesena.com), ove si legge che l’autore, a fine aprile ’45, partecipò ad una missione con lo scopo di raggiungere il Duce in fuga da Milano e consegnarlo all’Oss americano (Office of Strategic Services) d’intesa con i servizi segreti del Regno del Sud (il SIM, Servizio Informazioni Militari).

Ma chi era Vanni Teodorani? Nato a Torino nel 1916, divenne giornalista fin dalla più giovane età e sposò Rosina Mussolini, figlia di Arnaldo, fratello di Benito. Partecipò, non ancora ventenne, alla guerra d’Africa come direttore del «Corriere Eritreo» e capitano di Cavalleria impegnato sul campo contro i ribelli. Assunse poi la direzione di «La Prealpina» di Varese, fu corrispondente di guerra nel corso del secondo conflitto mondiale (Capo Matapan ed altri storici eventi), aderì alla Rsi dove assunse l’incarico di capo della segreteria militare del Duce

Come scrive Giuseppe Parlato nell’introduzione al volume di memorie, «Teodorani aveva trattato con gli americani per la resa dei capi fascisti senza spargimenti di sangue. L’accordo, stipulato con l’agente Guastoni dell’Oss e con il comandante della Regia Marina Giovanni Dessy, prevedeva la creazione di una zona smilitarizzata di raccolta dei reparti fascisti in Val d’Intelvi». Qui, i vertici di Salò avrebbero atteso gli Alleati riuscendo così a sottrarsi alle vendette comuniste. Ma il piano fallì e lo stesso Teodorani, probabilmente per una spiata, fu catturato dai partigiani garibaldini, «riuscendo poi fortunosamente ad evitare il plotone d’esecuzione».

«Oggi finalmente», si legge nel «Quaderno» di Teodorani, «posso sciogliere ogni dubbio. Il piano segreto Usa per il recupero di Mussolini si innestava nella più vasta intesa imperniata sulle trattative di Wolff che prevedevano la regolare occupazione delle città abbandonate dalle truppe germaniche, senza consentire sedizioni di piazza. Tutto non funzionò per l’equivoco contegno di Wolff che gettò disordine e scompiglio. Saltarono così date e sincronia. Per esempio Milano, che doveva essere presa in consegna dagli americani il giorno 28 aprile, fu evacuata la notte del 26, e quando gli americani arrivarono, non fu più possibile rispettare il piano precedente».

Più avanti, nel brano che ha per titolo «Il piano americano sul Duce», Teodorani scrive: «Il piano Usa, tenuto gelosamente segreto, prevedeva, con strana analogia con quanto era successo il 25 luglio 1943, la sparizione pressoché misteriosa di Mussolini. Ne era responsabile direttamente il colonnello Snowden, del Counter Intelligence Corps (CIC) dell’esercito americano. [_] Egli avrebbe dovuto immediatamente avviarlo a un determinato campo di aviazione da dove sarebbe subito stato imbarcato per la Sardegna, con un volo sul tipo di quello del Gran Sasso. Tutta l’operazione si basava sui servizi segreti americani operanti nella RSI e sulla Guardia di Finanza. [_] Al Nord con i gladi, al Sud con le stellette, la Guardia di Finanza costituì sempre un organismo unico ed era perciò perfettamente normale che, nel mare magnum generale, si pensasse ad essa come a qualcosa di efficiente e fidato. Il compito di coordinamento generale tra GdF e americani, al fine di garantire un perfetto collegamento indispensabile alla buona riuscita di un piano così complesso, fu assunto dal nucleo speciale della GdF operante con il CIC, e personalmente dal suo comandante Emilio Lapiello».

Che accadde, a questo punto? Ancora Teodorani: «Quando il nucleo del Cic che doveva compiere la missione partì per il Nord, il capitano della GdF Emilio Lapiello, che avrebbe dovuto ricoprire una parte decisiva nella fase esecutiva, non poté partire con gli altri per un incidente stradale occorsogli sulla Roma-Napoli, che lo pose fuori servizio proprio nel momento cruciale. Si interruppero così i contatti diretti tra il Cic e la Finanza operante al Nord».

Chi causò l’incidente? Mistero. Comunque, un classico, nelle storie dei servizi segreti. Ma continuiamo a leggere il racconto di Teodorani: «Come è noto i partigiani di Dongo («Bill» e «Pedro», n.d.r.), fermato il Duce, lo rimisero al più presto al brigadiere della Guardia di Finanza di Germasino, Antonio Spadea. Cosa successe, da quel momento? [_] Ho assodato che quel sottufficiale della GdF doveva consegnare il prigioniero ad un tenente suo diretto superiore operante in quella zona. Ma il tenente, De Laurentis, in precedenza paracadutato dal Sud, non arrivò, o meglio, arrivò tardi. Nel frattempo, con l’intenzione di affidare tanto prigioniero ad una tutela più sicura e definitiva verso gli incombenti rossi, il brigadiere di Germasino aveva provveduto a consegnarlo al capitano Alleato che operava nel settore e che per primo aveva avuto notizia dell’avvenuta cattura».

Chi era quel capitano? A questo punto, Leggiamo: «Quel capitano, però, non apparteneva al Secret Service americano, ma al servizio informativo britannico. L’errore del brigadiere era da prevedersi, giacché, per un normale sottufficiale della Finanza, gli Alleati erano un tutto: le stesse caratteristiche, gli abiti borghesi, l’accento inglese contribuivano ad alimentare una simile confusione. L’ufficiale in oggetto, preso in consegna il prigioniero, lo trasferì a nuova sede, sottraendolo al controllo della Guardia di Finanza, e quindi degli americani, e quando, con malcelata fretta (forse sapevano?) arrivarono i comunisti di Walter Audisio, di cui egli avrebbe avuto il dovere di impedire ogni movimento, non trovò di meglio che allontanarsi senza profferire sillaba. Quello che poi successe al Duce è noto, anche se vi sono ancora perplessità sul nome dell’effettivo esecutore materiale». Bogomoloff era il diplomatico sovietico che da Roma impartiva le disposizioni di Mosca a Togliatti, capo del Pci. Il quale, non a caso, nel discorso alla radio del 26 aprile, diede per scontata l’uccisione di Mussolini previa semplice identificazione (…)