Ex boss Banda della Magliana dietro allarme bomba sul volo Ryanair, Corriere

di Redazione Blitz
Pubblicato il 1 novembre 2014 10:35 | Ultimo aggiornamento: 1 novembre 2014 10:35
Un ex boss della Magliana dietro l’allarme bomba sul volo per Orio

Un volo Ryanair

ROMA – Un ex boss della banda della Magliana dietro l’allarme bomba sul volo da Lamezia a Orio al Serio. L’aereo di linea fu scortato da due caccia. La sim dei telefonisti utilizzata poco prima per chiamare la moglie di un ergastolano e un ex esponente della banda romana. Un giallo su cui indaga il procuratore di Lamezia.

Scrive Carlo Macrì sul Corriere della Sera:

Il boss della Magliana, il pakistano con passaporto falso, la convivente di uno ‘ndranghetista di Gioia Tauro, il contatto con la moglie di un ergastolano. C’è quanto basta per immaginare che ben altri obiettivi si nascondono dietro quel tentativo di far passare come uno scherzo la telefonata alla polizia aeroportuale di Lamezia Terme, lo scorso 4 settembre, che annunciava una bomba a bordo dell’aereo in volo da Lamezia a Orio al Serio.

Il riserbo degli inquirenti, coordinati dal procuratore della Repubblica di Lamezia Domenico Prestinenzi, è massimo. Gli agenti della Polaria sono riusciti in tempo record a individuare la persona che la sera del 4 settembre scorso, alle 21,32, ha telefonato al centralino della Polaria annunciando che a bordo del volo Ryanair FR5903 «c’è una bomba».

Prima di pronunciare la frase, però, l’interlocutore ha chiesto all’operatore se il volo fosse già partito. Solo allora la voce maschile con accento settentrionale, ha dettato la frase che ha messo in allarme il sistema di difesa aereo nazionale. Il telefonista si chiama Andrea Traini ed ha 31 anni. Nessun precedente penale. Con lui è stata denunciata anche Melinda Mangut, una rumena di 28 anni che è la convivente di Marcello Giacobbe, di Gioia Tauro, arrestato con il fratello Biagio, lo scorso marzo, dai carabinieri di Gioia Tauro, perché accusato di essere il mandante dell’omicidio di Arcangelo Pelaia. All’origine del delitto una faida familiare, scoppiata nel 2005, con l’uccisione dei cugini Leonardo e Saverio Giacobbe. Proprio per vendicare i parenti Marcello Giacobbe e i suoi fratelli, legati ai Molè, cosca storica della Piana di Gioia Tauro, hanno ordinato l’assassinio di Arcangelo Pelaia, fratello di Giuseppe, ritenuto l’autore del duplice delitto avvenuto sul lungomare di Gioia Tauro.

I due indagati, Traini e la Mangut, risiedono a Bedizzole, in provincia di Brescia. Al dirigente della Polaria Ferruccio Martucci che li ha interrogati, hanno detto che si è trattato di uno scherzo perché volevano mettere paura a un loro amico che si trovava sul volo Lamezia-Bergamo. Dalle indagini sviluppate con tecniche tradizionali (ma è stato utilizzato ampiamente anche Facebook), senza l’ausilio di intercettazioni – il reato contestato ai due non le prevede – è stato possibile comporre un puzzle che alimenta i sospetti su un intrigo internazionale dove i protagonisti sarebbero uomini della ‘ndrangheta ed elementi dell’ex banda della Magliana. Un sospetto che si è fatto strada quando la polizia ha scoperto che la scheda utilizzata per fare la telefonata al centralino della Polaria, è stata attivata il 13 agosto e ha funzionato sino al 4 settembre – giorno, appunto, dell’allarme. L’ultima telefonata è stata proprio quella al centralino della Polaria di Lamezia. La scheda è stata comprata in un negozio di telefonia di Brescia, l’«Aimad», gestito da un pakistano. Ad acquistarla un altro pakistano che si è presentato al venditore con un passaporto falso. Negli archivi della polizia non esiste nessun individuo con quelle generalità. Addirittura, nel passaporto, la residenza coincide con la filiale del Banco di Brescia. C’è poi un particolare che ha allarmato ancor di più gli inquirenti. Il pakistano ha acquistato altre due schede assieme a quella utilizzata per la telefonata in aeroporto. I contratti, però, sono stati firmati con nomi diversi.

La scheda e il telefonino sono poi finiti nelle mani di Andrea Traini e Melinda Mangut. I due indagati hanno detto di averli acquistati a poco prezzo al mercato nero. Ma è davvero possibile che i due abbiano acquistato una sim per fare una bravata e qualche altra telefonata e poi abbiano deciso di buttarla via, assieme al telefono? Non è stato affatto così, perché in realtà quella scheda è servita ai due per chiamare l’aeroporto, ma anche per fare altre sei telefonate, precedenti la chiamata che ha scatenato l’allarme: due a una donna che vive con il figlio in una località del Lazio, altre tre telefonate alla moglie di un ergastolano, di origini romane. E soprattutto, una chiamata ha raggiunto il cellulare in uso a un ex esponente della banda della Magliana, che vive nella Capitale e si trova agli arresti domiciliari. È un personaggio che sta collaborando con gli inquirenti. Anzi, al momento è un uomo chiave dell’inchiesta, che ha permesso di individuare i due indagati. L’uomo è stato interrogato e, messo alle strette – nella rubrica del suo cellulare era rimasto memorizzato il numero di telefono partito dall’apparecchio che utilizzava la sim card intercettata – ha fornito i nomi dei due indagati che vivono a Brescia, e il loro domicilio. Il boss romano potrebbe aver detto altro. E su questo stanno lavorando gli investigatori di Lamezia Terme (…)