Mose, super teste: “Portavo io le mazzette per Matteoli”. Tonacci su Repubblica

di Redazione Blitz
Pubblicato il 4 ottobre 2014 13:26 | Ultimo aggiornamento: 4 ottobre 2014 13:27
Mose, super teste: "Portavo io le mazzette per Matteoli". Tonacci su Repubblica

Mose, super teste: “Portavo io le mazzette per Matteoli”. Tonacci su Repubblica

ROMA – Fabio Tonacci su Repubblica ri-tira fuori il caso Mose che ha sconvolto la politica veneta. Tonacci tira in ballo le parole di Giovanni Mazzacurati, il super testimone dell’inchiesta che racconta (tra le altre cose): “Così portavo le mazzette a Matteoli (ex ministro di Infrastrutture e Trasporti, ndr)”.

Ecco l’articolo completo:

«Ho dato soldi ad Altero Matteoli. Contanti. Nell’ordine di 300-400mila euro. Glieli ho consegnati personalmente, anche al ministero a Roma. Non avevamo testimoni». Dalle nebbie di una mente ormai affaticata, quella dell’82enne Giovanni Mazzacurati, il gran burattinaio del Consorzio Venezia Nuova e testimone chiave dell’inchiesta sulle tangenti del Mose, esce l’ultima conferma.

Il sistema da lui creato non era “affare” solo dei veneziani. Aveva sponde robuste a Roma. Milanese e Spaziante, che sono ancora in carcere in custodia cautelare. E Matteoli.

L’interrogatorio cui Mazzacurati è stato sottoposto per rogatoria in California il 17 settembre scorso, nell’ufficio del procuratore generale di San Diego, sarà anche il suo ultimo. Durante le tre ore di conversazione ha confuso date e ha perso di lucidità in più occasioni. Ma le 45 pagine del suo verbale sono considerate «attendibili », parole di un uomo «ancora capace di intendere ».

Dunque, punto fermo dell’istruttoria condotta dal Tribunale dei ministri, che ha convinto i magistrati a scrivere, nelle loro conclusioni: «È dimostrato l’asservimento di Matteoli alle politiche del Consorzio Venezia Nuova, nella veste di ministro dell’Ambiente e di ministro delle Infrastrutture». Dieci faldoni di atti sono stati inviati ieri alla presidenza del Senato: l’aula dovrà decidere se autorizzare la procura di Venezia a procedere nelle indagini oppure no.

IL “PACCHETTO” AL MINISTERO

«Da quel che ricordo — risponde Mazzacurati davanti a due assistenti del procuratore di San Diego e a un agente speciale della homeland security degli Stati Uniti — mi sembra di averlo fatto (portare soldi, ndr) due volte, una volta al ministero a Roma e un’altra volta… in qualche posto, insomma». Gli chiedono come fossero pattuite le cifre. «Si stabiliva prima».

E i soldi in contanti come erano trasportati nell’ufficio del ministero? «Me li han dati quelli del Consorzio. Non era un grande pacco. È un pacchetto, ci sta in tasca… diciamo che in un pacchettino 100mila euro… Cosa avrebbe fatto il ministro con quei soldi non me l’ha detto… o campagna elettorale oppure necessità».

Di quali necessità si tratti, non è chiaro. «Ma sicuramente erano necessità elettorali — aggiunge — loro hanno dei centri in Toscana dove hanno delle persone che girano, che lavorano, che hanno bisogno di soldi». I pm che hanno scoperchiato il sistema Mose, Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, sostengono che la prima presunta mazzetta a Matteoli sia stata consegnata nel 2003, quando era ministro dell’Ambiente. A Mazzacurati interessava che il maxi appalto per le bonifiche di Marghera fosse affidato direttamente alla Mantovani di Baita.

L’AFFARE MARGHERA

«Sì, certo che conosco Erasmo Cinque», dice Mazzacurati. «Pacchettini anche per lui? Forse sì, ma non lo so». L’imprenditore Cinque, della Socostramo, per Matteoli non è uno qualunque. È più di un amico, è l’uomo con cui ha condiviso la lunga militanza nella destra di Alleanza Nazionale. L’allora ministro dell’Ambiente si spende — secondo gli atti di indagine — per fargli ottenere una parte nel maxi appalto milionario delle bonifiche di Porto Marghera. La sua Socostramo entra in un Ati con la Mantovani di Baita. Ufficialmente figurano al 50 per cento, ma con una scrittura privata stabiliscono che l’azienda di Cinque avrebbe ricevuto un 6-7 per cento della commessa», senza muovere una benna. «Cinque apparentemente faceva il lavoro — mette a verbale Mazzacurati — però lui mezzi non ne portava… era una cosa un po’ fittizia… era un peso morto ‘sta Socostramo, un peso morto».

LA MAZZETTA A CASA DI MATTEOLI

C’è un secondo presunto episodio corruttivo che l’ex patron del Mose ricompone sommariamente ai magistrati. Risale ai tempi in cui Matteoli occupava la poltrona di ministro delle Infrastrutture e Mazzacurati sostiene di averlo incontrato nella sua casa in Toscana. «Sono andato io a trovarlo, in provincia di Lucca. Quante volte? Ah non lo so… un paio di volte. Lo scopo della visita era sollecitare i pagamenti, era sempre l’urgenza di avere i fondi (per il Consorzio, ndr)».

I pm sospettano che ci sia stato, in un caso, il passaggio di una mazzetta a Matteoli. E in cambio del finanziamento della campagna elettorale, gli chiedono nell’interrogatorio, cosa avrebbe ottenuto? La memoria di Mazzacurati, a questo punto, si accende: «Che venissero accelerati i tempi di finanziamento delle varie tranche del lavoro». Cioè una scorciatoia, per avere alla svelta i soldi pubblici che il governo pompava nel suo Consorzio Venezia Nuova.