Referendum Veneto, Luca Antonini: “L’unica strada è la fusione con il Trentino”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 24 Marzo 2014 12:17 | Ultimo aggiornamento: 24 Marzo 2014 12:17

zROMA – “La fusione tra il Veneto e il Trentino è l’unico voto possibile” dice Luca Antonini, docente di diritto costituzionale e presidente della commissione sul federalismo fiscale, intervistato dal Gazzettino.

L’intervista completa:

Il progetto di legge fermo in Regione per indire un referendum ufficiale, consultivo sull’indipendenza e l’autonomia del Veneto? «Una strada senza uscita. Non passerà mai».
      Che fa, professore, invita a deporre le armi?
«Al contrario – risponde Luca Antonini, docente di diritto costituzionale a Padova e presidente della Copaf, la commissione paritetica sul federalismo fiscale – C’è una strada, una sola, ma nuova e potente, per far esprimere la popolazione veneta in modo legittimo. Non c’è da guardare lontano, alla Catalogna o alla Scozia. I veneti devono volgere la testa al Trentino Alto-Adige. Il paradiso è là».
      Come sarebbe?
«Ci basterebbe avere la stessa autonomia che hanno lì: 100% di imposte che rimangono sul territorio, residuo fiscale azzerato, capacità di spesa pubblica sei volte l’attuale, Irap azzerata. Senza aspettare le promesse del governo Renzi: improbabili visti i problemi di copertura. Oggi il TAA fa concorrenza sleale al Veneto».
      Ma che c’entra il TAA col referendum?
«C’entra eccome. La Costituzione prevede che si possa chiedere un referendum per l’istituzione di una nuova Regione anche attraverso la fusione di due Regioni esistenti. L’idea è fondere Veneto e Trentino, farle diventare un’unica entità. La chiave di volta è l’articolo 132, primo comma. Leggiamolo: “Si può, con legge costituzionale, sentiti i Consigli regionali, disporre la fusione di Regioni esistenti o la creazione di nuove Regioni con un minimo di un milione di abitanti, quando ne facciano richiesta tanti Consigli comunali che rappresentino almeno un terzo delle popolazioni interessate, e la proposta sia approvata con referendum dalla maggioranza delle popolazioni stesse”.»
      Partono i Comuni, poi si arriva al referendum?
«Una proposta del genere vincerebbe col 90%. Per i cittadini vorrebbe dire passare dalla notte al giorno. Ma soprattutto, entro i limiti della Costituzione, è l’unica strada per giungere in fondo. Anche se il Trentino, come probabile, dovesse dire no, questo referendum darebbe comunque modo ai veneti di pronunciarsi e esercitare una pressione fortissima sulle istituzioni, sui parlamentari. Questa è inattaccabile, le altre strade sono chiuse, al voto non si arriverà».
      Quindi in Regione discutono per niente?
«La legge verrebbe bocciata dalla Consulta, l’articolo 5, “la Repubblica è una e indivisibile”. Peggio: il Consiglio regionale rischia lo scioglimento per avere approvato un atto considerato contrario alla Costituzione».
      Torniamo alla consultazione on line degli indipendentisti che avrebbe – il condizionale è più che d’obbligo – raccolto 2.360.235 voti (63% del corpo elettorale): i promotori invocano il principio internazionale dell’autodeterminazione dei popoli. 
«Non sta in piedi. L’autodeterminazione non è applicabile qui perché mancano le condizioni specifiche, ad esempio l’oppressione politica delle minoranze. Come si può invocarla quando fino a ieri c’erano ministri veneti?»
      La consultazione però un senso politico ce l’ha.
«Non c’è dubbio. A prescindere dall’attendibilità, mette in evidenza che il peso dell’inefficienza dello Stato non viene più tollerato. Il Veneto non ne può più, si sente depredato da un sistema di sprechi incontrollabile. Solo un esempio: la nostra presidenza del Consiglio ha 4000 dipendenti. Quella inglese 400. Esistono realtà regionali con sprechi spaventosi e, ciò nonostante, si vedono ancora troppi decreti salva Roma, salva Catania, salva Napoli. In America, Detroit fallisce. I Comuni veneti, con i fabbisogni standard, avrebbero diritto al 20% di risorse in più».
      Rimedi?
«Differenziare i livelli di autonomia e introdurre – lo ha detto Maurizio Sacconi e dovrebbero dirlo tutti i parlamentari – meccanismi che consentano davvero di combattere gli sprechi: i costi e i fabbisogni standard devono essere scritti in Costituzione. Altrimenti non si riuscirà mai ad applicarli perchè la maggioranza di turno degli inefficienti si coalizza e blocca tutto. Purtroppo nella bozza di riforma del Titolo V presentata dal governo Renzi non ce n’è traccia».
      Altro?
«Introdurre il fallimento politico degli amministratori inefficienti. Crei buchi nel tuo Comune o nella tua Regione? Cacciato subito e ineleggibile in futuro. Il governatore che ha un grave buco nella sanità della sua Regione non può essere nominato commissario alla sanità. E invece è quello che è successo con Bassolino in Campania e con Storace a Roma».