Torpignattara, Roma. Scene di guerra etnica. I residenti: “Non viviamo più”

di Redazione Blitz
Pubblicato il 23 settembre 2014 12:35 | Ultimo aggiornamento: 23 settembre 2014 12:36
Torpignattara, Roma. Scene di guerra etnica. I residenti: "Non viviamo più"

L’articolo del Fatto Quotidiano a firma di Antonello Caporale

ROMA – “Scene di guerra etnica a Torpignattara “Non viviamo più”.” Questo è il titolo dell’articolo a firma di Antonello Caporale sulle pagine del Fatto Quotidiano:

Imi, il barista cingalese, non manda sua figlia alla scuola del quartiere, la Pisacane. “Ci sono troppi stranieri”, dice. Le parole di Imi rappresentano il centro di gravità del paradosso di Torpignattara, spicchio violento di Roma, adagiato tra la Casilina, appena dietro a Porta Maggiore, appena fuori dall’orizzonte del centro storico. Quello che Pasolini definiva una Shanghai di orticelli è divenuto teatro stabile della criminalità metropolitana. Non è vero, non è così, ma certo che Roma solo da qualche giorno sembra essersi accorta che esiste Torpignattara, stupìta dopo aver appreso che un corteo si è formato per difendere Daniel, il 17enne che ha colpito a morte un pachistano insolente, sicuramente ubriaco, sicuramente a spasso per le vie della zona, come tanti, troppi lo sono appena l’alcol fa il suo corso. Roma pensava di tenere quella gente nascosta sulla Casilina, dopo aver assistito, senza muovere un dito, a come si gonfiava di collera.

LEGGI ANCHE: Corcolle, Roma. Assalto bus. “Non vogliamo neri”. Destra incita sinistra ignora

Come la pancia di una rana, Torpigna – così i residenti la chiamano – negli ultimi anni ha ingoiato migranti di tutte le nazionalità, di ogni età e propensione. Cingalesi e cinesi, rumeni, maghrebini o trans sudamericane dal carattere violento, spesso spacciatrici. Negli ultimi anni gli scantinati sono divenuti case multiuso, i garage trasformati in efficienti Money Transfert o anche in piccole moschee, le aiuole in luoghi di sosta e di transito dell’eroina. Torpignattara non è uno spuntone abusivo della Capitale, ma un quartiere normale a uno sputo da piazza San Giovanni, con una edilizia che a tratti si fa gradevole, una pianta urbanistica decente, un luogo dignitoso in cui vivere. Poi la svolta. Il passaparola della comunità cingalese, e l’ospitalità pelosa dei residenti che a suon di euro hanno affittato le cantine a chiunque ne facesse richiesta, ha fatto sì che in pochi anni i dimoranti si vedessero circondati da famiglie assai allargate del Sud-est asiatico, o clan romeni, gruppi ucraini, o anche tunisini e marocchini. Banglatown, scrive Shaima sul suo biglietto da visita di stiratrice. Banglatown e naturalmente Chinatown. E se il rapporto demografico tra italiani e stranieri nella popolazione adulta è ancora a favore dei primi, tra i bambini non c’è partita. Si parla orientale.

“È una bugia dire che sia invivibile questo posto, ma è una verità affermare che questo miscuglio di etnie provoca difficoltà quotidiane. Se in venti vivono in un sottoscala è chiaro che faranno la fila per andare a dormire, ed è superfluo aggiungere che le loro necessità, il loro tempo lo trascorrono sul marciapiedi, davanti casa. Normale per loro, per te un po’ meno”, dice Fabio che abita appena prima del Parco degli acquedotti, una radura di erbacce e siringhe, uno spazio abbandonato dal Municipio, dimenticato da ogni autorità.

Qualche mese fa una donna fu stuprata, e non era notte fonda. Se l’era cercata forse? E il cinese, titolare di uno delle decine di Money Transfert, e sua figlia che vennero uccisi tre anni e mezzo fa? Quella loro attività era adiacente alla stazione dei carabinieri. Significa che manca ogni controllo del territorio in un luogo dove invece lo Stato dovrebbe farsi vedere. Invece cos’è successo? Che il commissariato di polizia non c’è più (i tagli fanno il loro corso, come si vede) e ogni luogo dove la vita comunitaria potrebbe prendere forma resta sepolto dal nulla, interdetto alla vita. Via della Marranella, dall’altro lato della Casilina, aspetta una piazza. È in costruzione , da tempo immemore si è nel perenne assaggio della sua inaugurazione. Persino le aiuole sono divenute una rarità, e i diversi comitati civici combattono perché non sia tolto il minimo vitale. Si ritrovano su Facebook, scattano foto (“ecco la siringa trovata sul citofono del mio palazzo”, scrive Rosalba), si organizzano. L’unica piazza è un cantiere, l’unico cinema, l’Impero, è chiuso e pericolante. Torpignattara sembra la destinataria naturale di un lungo elenco di omissioni.

Tutta la polvere di Roma è stata nascosta quaggiù, nella speranza che nessuno vedesse e nessuno sentisse la puzza dell’illegalità. Chiunque ha potuto fare quel che ha ritenuto utile: un gruppo di romeni ha occupato un intero stabile. Si sono piazzati qui, in via Rovetti e sono urla quotidiane. Romeni contro trans, appostate in coabitazione sul marciapiede opposto. Di là, oltre via Serbelloni l’ordine è garantito da un barista con un notevole passato giudiziario. “Nun ce la famo più”, dice Aldo, ferroviere in pensione. La terza età italiana è riposta su un lato della via principale, all’angolo di via Casilina, e assiste, bar di fronte all’altro, alla gioventù cinese, al via vai di ombre che animano il retrobottega, al corso silenzioso degli affari a volte illeciti e alle volanti della polizie che a scadenze regolari perquisiscono, fermano, arrestano (…)