Hiv. Prevenzione e Haart le armi contro l’Aids, vaccini e staminali le speranze

di Veronica Nicosia
Pubblicato il 25 Ottobre 2012 10:56 | Ultimo aggiornamento: 25 Ottobre 2012 11:01
Il virus dell'Hiv (LaPresse)

Il virus dell’Hiv (LaPresse)

ROMA – I malati di Aids o infettati dal virus dell’Hiv sono 34 milioni nel mondo, 62.617 in Italia, tra uomini, donne e bambini. Numero che non tiene conto di quanti, sebbene contagiati, non sanno di aver contratto il virus. Le armi per combattere la diffusione dell’Hiv, scoperto negli anni Ottanta, sono la prevenzione e l’Haart, la terapia antiretrovirale.

Nel 2010 i nuovi casi d’infezione nel mondo sono stati 2,7 milioni contro i 3,1 milioni del 2001. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della Salute, Oms, siamo in presenza di un calo. Ma l’obiettivo da raggiungere è ancora lontano: azzerare i contagi e porre sotto terapia antiretrovirale 15 milioni di malati entro il 2015.

Prevenzione e terapie antiretrovirali hanno permesso di rallentarne la diffusione e la mortalità. Ma rallentare non è debellare, per questo motivo la ricerca medica da oltre 20 anni è impegnata nello studio di un vaccino preventivo per proteggere dall’infezione e di un vaccino terapeutico, che possa annientare le cellule già infettate.

Le cellule staminali poi potrebbero offrire una soluzione al problema. Una nuova strada viene dal caso del “paziente di Berlino”. Timothy Ray Brown fu sottoposto nel 2007 ad un trapianto di cellule staminali del midollo osseo per curare una leucemia. L’effetto “collaterale” per Brown fu quello di sconfiggere l’Aids, lui che era sieropositivo dal 1995.

Tra prevenzione, Haart, vaccini e cellule staminali si accende così la speranza e la sempre più concreta possibilità di ridurre i contagi da Hiv, migliorare la qualità della vita dei malati di Aids e ridurre il numero dei morti.

COS’E’ L’HIV – L’Hiv è un retrovirus del genere Lentivirus che dà luogo a infezioni croniche. Il virus attacca le cellule del sistema immunitario. Dopo il contagio potrebbero passare anni prima che una persona infettata, detta sieropositiva, possa manifestare la Sindrome da immunodeficienza acquisita o Aids.

Una volta che l’organismo è stato infettato il virus inizia la sua replicazione, ci spiega Elisabetta Affabris, professore ordinario di Virologia dell’Università degli Studi di Roma Tre:

“I virus non hanno attività metabolica e sono formati da un genoma rivestito da un contenitore. Per moltiplicarsi devono infettare una cellula, esprimere la propria informazione del genoma, creare gli elementi – cioè tutte le componenti necessarie per dar vita a un nuovo virus -, riprodursi e liberarsi”.

Il primo passo per l’Hiv è di trascrivere il suo codice genetico nella cellula per poi poterla sfruttare come una “fabbrica” in cui creare altri virus, spiega la Affabris:

“Per replicarsi il virus esprime il suo genoma, produce le proteine che gli faranno da contenitore, copia il Dna virale in Rna ed esce dalla cellula attraverso un processo di gemmazione della membrana, senza recarle un danno irreversibile. La replicazione del virus è compatibile con la vita cellulare”.

Il fatto che le cellule infette sopravvivano alla replicazione rende difficile l‘eliminazione del virus Hiv dall’organismo, spiega la Affabris:

“L’Hiv ha evoluto delle strategie di evasione: il sistema immune non riesce a sradicare completamente l’infezione, quindi nonostante possa eliminare le nuove particelle virali, non potranno mai essere uccise tutte le cellule infette”.

I “bersagli” prediletti dal virus sono i linfociti T helper, o CD4 positivi, che presentano sulla propria membrana il recettore CD4, un elemento che permette all‘Hiv di entrare nella cellula:

“La proteina CD4, presente in alcune cellule del sistema immunitario quali i linfociti T helper e CD4 positivi, permette al virus di penetrare la membrana cellulare. Per questo tali cellule sono il bersaglio dell’infezione, insieme ad altre cellule quali i macrofagi e le cellule dendritiche”.

DALL’INFEZIONE ALLA MALATTIA: L’AIDS – L’infezione cronica causata dal virus Hiv si evolve in Aids quando il sistema immunitario è irrimediabilmente compromesso. La professoressa Affabris spiega:

“Dopo il contagio l’Hiv comincia a replicarsi. Si innesca così nell’organismo un meccanismo di riproduzione e distruzione dei virus. Le cellule infette vengono eliminate solo in parte, mai tutte, e nel corso dell’infezione si depaupera il compartimento dei linfociti T helper, che diminuiscono drasticamente. Nel momento in cui il danno al sistema immunitario diventa irreversibile cominciano a manifestarsi i sintomi dell’Aids, la Sindrome da Immunodeficienza cronica Acquisita”. 

Arrivati a questo stadio della malattia anche un semplice raffreddore può facilmente degenerare, se non curato subito in maniera efficace, in un’aggressiva infezione del sistema respiratorio, spiega la professoressa dell’Università di Roma Tre:

“Non funzionando il sistema immune ogni minima infezione dà luogo a una patologia grave. Anche avendo a disposizione farmaci, le patologie si presentano in maniera molto aggressiva. La persona muore dunque per complicanze di una malattia secondaria, che è causata dall’immunodeficienza. Inoltre il virus si replica più attivamente, dato che il sistema immunitario è compromesso, e l’immunodeficienza acquisita si aggrava rapidamente”. 

CONTAGIO E PREVENZIONE – Rapporti sessuali non protetti, contatto con sangue infetto e trasmissione verticale tra madre e figlio sono i tre principali meccanismi di diffusione del virus. La prima arma contro l‘Hiv è quindi evitare il contagio attraverso la prevenzione. Obiettivo che si pone la campagna “Getting to Zero”, promossa dell’associazione mondiale UnAids, che vorrebbe azzerare i nuovi casi d’infezione entro il 2015.

I rapporti sessuali a rischio rappresentano la causa dell’80% dei nuovi casi di contagio, come spiega anche la Affabris:

“L’infezione primaria avviene prevalentemente attraverso trasmissione per via sessuale, per questo motivo l’uso del preservativo è sempre consigliato, ma può avvenire anche per contatto accidentale con sangue infetto: scambi di siringhe o pratiche di tatuaggi con strumentazione non sterile e non monouso”. 

Anche le trasfusioni di sangue e i trapianti hanno costituito veicolo d’infezione, ma con l’impiego di test per l’Hiv e accorgimenti sanitari i casi sono stati ridotti praticamente a zero. Rimane comunque il caso del contagio verticale tra madre e figlio, diffusione registrata soprattutto nei paesi del Terzo Mondo, che può avvenire già nell’utero attraverso il cordone ombelicale, durante il parto per contatto con il sangue infetto e forse durante l’allattamento.

La prevenzione ed il monitoraggio dei nuovi casi in Italia viene svolto dal Sistema Sanitario Nazionale, ci spiega la Affabris:

“E’ molto facile sapere se si è infettati: il test è gratuito ed anonimo ed è fornito dal Sistema Sanitario Nazionale. E’ poi sufficiente fare un prelievo di sangue rivolgendosi direttamente ad un’Unità Operativa Aids di una Asl, ma almeno un mese dopo il potenziale contagio. Queste strutture forniscono anche un colloquio con medico ed uno psicologo”. 

HAART: LA TERAPIA ANTIRETROVIRALE – Ad oggi una cura per l’Hiv non è stata individuata, ma alcuni farmaci possono rallentare il decorso dell’infezione. Si tratta di farmaci antiretrovirali, che agiscono inibendo specifici stadi della replicazione del virus nell’organismo infettato. L’Haart, Highly Active Antiretroviral Therapy, consiste nel somministrare una combinazione di tre farmaci che agiscono su tre differenti stadi della riproduzione dell’Hiv, spiega la Affabris:

“I farmaci hanno come bersaglio delle attività specifiche del virus, ma svilupparli presenta delle difficoltà. I virus sono organismi privi di metabolismo proprio, che sfruttano meccanismi e metabolismi cellulari per replicarsi. Inibendo una funzione della riproduzione del virus si corre però il rischio di inibire attività proprie dalle nostre cellule. E’ quindi necessario trovare delle terapie che siano atossiche per l’organismo”.

Non mancano però gli effetti collaterali, ci ricorda la Affabris:

“All’interno del virus ci sono tre enzimi: la trascrittasi inversa, la proteasi e l’integrasi virale, che sono proteine che velocizzano e rendono possibile la replicazione dell’Hiv. Ma enzimi con attività simile sono presenti anche nella cellula e servono per il suo corretto funzionamento. Accade allora che l’inibizione di alcune funzioni cellulari, e non del virus, dia luogo ai così detti ‘effetti collaterali’. Uno è ad esempio l’anemia, dato che le cellule bersaglio del virus sono quelle del sistema immunitario che costituiscono il sangue. Sarà necessario trovare la giusta dose del farmaco tale che il virus sia bloccato e la cellula preservata”.

Altro problema è la resistenza del virus, che mutando frequentemente il suo genoma per sfuggire alle difese cellulari può sopravvivere al farmaco, motivo per cui la Haart prevede la somministrazione di tre farmaci contemporaneamente:

“Un solo farmaco non basta: il virus dell’Hiv è soggetto a molte mutazioni genetiche.- spiega la Affabris – Dopo la scoperta di un primo farmaco efficace si sono generate forme del virus resistenti a quelle sostanze. La resistenza d’altronde è un problema che si registra sempre nel caso di una mono terapia, motivo per cui nella Haart si è scelto di darne tre insieme. E’ molto difficile infatti che il virus generi una variante che sia allo stesso tempo resistente a tre farmaci che agiscono su componenti diverse”.

VACCINO: DALLA PREVENZIONE AD UNA CURA? – Se il ruolo dei vaccini è sempre stato quello di prevenire lo sviluppo dell’infezione, nel caso dell’Aids la speranza è anche quella di individuare un vaccino “terapeutico” che costituisca quindi una cura per l’infezione. Un obiettivo ambizioso e ancora lontano dopo oltre 30 anni di ricerche.

L’elevata capacità di mutazione dell’Hiv, spiega la Affabris, rende ardui gli sforzi per identificare un principio attivo efficace:

“La vaccinazione è un metodo efficacissimo per proteggerci, ma nel caso dell’Hiv non è disponibile ad oggi un vaccino – sottolinea la professoressa -. Il virus replicandosi dà origine a numerose varianti. Se dunque ne identifichiamo una, il vaccino non ci proteggerà da tutte le altre varianti possibili. La difficoltà nello sviluppo del vaccino sta dunque nella ricerca di frammenti del virus che siano molto conservati e che possano permettere di sviluppare un’immunità”.

I vaccini al momento in fase di sperimentazione clinica su cui la lotta all’Aids concentra le sue forze sono due. Il vaccino Mva-B agisce stimolando la produzione di linfociti T. Nel 2011 ha mostrato efficacia del 92% nello studio dello spagnolo Mariano Esteban del National Biotech Centre di Madrid. Lo studio spagnolo è stato condotto su un campione di 24 pazienti e di questi 22 hanno ottenuto benefici contro l’avanzare della malattia, ma ciò non rappresenta ancora una cura.

Un altro vaccino che nel 2009 è stato sperimentato con successo sull’uomo in Thailandia è l’Alvac. I risultati del trial clinico di questo vaccino, l’RV144, sono stati esposti lo scorso settembre alla conferenza Aids Vaccine 2012 di Boston, nel Massachusetts. Lo studio condotto da Morgane Rollande e Jerome Kim della US Military HIV Research ha mostrato un efficacia del 31,2% ed ora un vaccino simile sarà sperimentato in Sud Africa ed in Thailandia a partire dal 2014.

IL “PAZIENTE DI BERLINO” – “Lasciate che sia chiaro. Sono Hiv-sieronegativo”. Timothy Ray Brown, detto il “paziente di Berlino”, ha parlato alla conferenza sull’Aids che si è tenuta a Washington tra il 24 ed il 28 luglio 2012. Nel 2007 Brown è stato sottoposto ad un trapianto di cellule staminali del midollo osseo contro una leucemia diagnosticata nel 2006. Al suo risveglio la sorpresa: Brown sembrava aver sconfitto anche l’Aids.

Le staminali del donatore avevano una particolarità: una mutazione del corecettore CCR5, un elemento della membrana cellulare che assieme al CD4 permette al virus di entrare nella cellula ed infettarla. Senza il CCR5 il virus può agganciarsi al CD4, ma non penetrare la membrana cellulare. Il caso di Brown è stato pubblicato sul The New England Journal of Medicine nel 2009 dal suo oncologo al Charite Hospital di Berlino, Gero Huetter, ed ha costituito un precedente per gli studi su possibili terapie dalle cellule staminali.

Ma per affermare che Brown sia sieronegativo potrebbe essere ancora troppo presto, nonostante siano passati cinque anni dal trapianto, secondo la Affabris:

“E’ stato osservato che persone con mutazioni del CCR5 sono resistenti allo sviluppo dell’Aids. Individui infetti (sieropositivi) portatori di questa mutazione sono risultati ‘long term non progressor‘, perché nonostante siano passati oltre dieci anni dall’infezione primaria non manifestano i sintomi dell’Aids. Si tratta comunque di un numero limitato di persone che rappresentano un ottimo soggetto di studio, se disponibili a contribuire alle ricerche in materia.

Nel caso di Brown è ancora troppo presto per dire che rimarrà sieronegativo e sia completamente guarito, ma il risultato è straordinario. E’ vero che la mutazione sembra non predisporre l’organismo all’infezione, ma il virus potrebbe essere ancora presente nel suo sistema immunitario, anche se magari non svilupperà di nuovo la malattia”.

L’ITALIA E L’HIV – A trent’anni dalla scoperta dell’Hiv e dell’Aids non è stata ancora individuata una cura, ma la ricerca continua a fornire nuove potenziali “armi” contro questa epidemia. Il passo principale per raggiungere gli obiettivi fissati da UnAids e dall’Oms sono la prevenzione e le terapie antiretrovirali, che hanno permesso di ridurre la diffusione della malattia e di allungare le aspettative di vita per i malati.

In Italia i tagli alla Sanità, ci spiega la Affabris, mettono a rischio un sistema di prevenzione e monitoraggio per le infezioni da Hiv che si è rivelato tra i più efficienti nel mondo:

“L’Italia è stata tra i primi Paesi ad affrontare tempestivamente il virus dell’Hiv negli anni Ottanta, grazie anche all’importante contributo del professor Giovanni Battista Rossi, scomparso prematuramente nel 1994. Ma i farmaci e le profilassi, che sono a carico del Sistema Sanitario Nazionale, sono costosi. Con i tagli alla ricerca e alla sanità i fondi stanziati 20 anni fa stanno finendo. Il rischio ora è di non poter garantire l’efficienza che fino ad oggi ha distinto il sistema sanitario italiano nella prevenzione e nel monitoraggio dell’Hiv”.

E così mentre in tutto il mondo i Paesi confermano il proprio impegno alla campagna “Getting to zero”, l’Italia rischia di perdere la sua battaglia, almeno economica, contro l’Hiv e l’Aids. La ricerca mondiale però va avanti e la speranza di una cura, venga essa da un vaccino o dagli studi sulle staminali, non si spegne.