Etna, emissioni di radon dalle faglie del vulcano anche nelle case: un pericolo da monitorare

di Veronica Nicosia
Pubblicato il 14 maggio 2019 14:24 | Ultimo aggiornamento: 14 maggio 2019 14:24
Etna, emissioni di radon nelle case abitate: un pericolo per la salute

Etna, emissioni di radon dalle faglie del vulcano anche nelle case: un pericolo da monitorare (Fonte INGV)

ROMA – Le emissioni di radon dalle faglie del vulcano Etna rappresentano un pericolo per la salute della popolazione da monitorare. Questo il risultato di uno studio dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV), che ha riscontrato la presenza del gas cancerogeno radon anche nelle case in prossimità delle faglie del vulcano in livelli superiori a quelli raccomandati dall’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS).

Secondo lo studio pubblicato nella rivista Frontiers in Public Health, le faglie dell’Etna rappresentano un triplice pericolo per le popolazioni che vivono in prossimità del vulcano per tre motivi. Il primo è che generano terremoti, il secondo è che provocano fratture del suolo e il terzo è legato alle emissioni di radon, un gas cancerogeno che può accumularsi nelle case rendendole insalubri e che per l’OMS è nel “gruppo 1” dei gasi più pericolosi per la salute umana.

I ricercatori dell’INGV si sono concentrati sulle numerose faglie che interessano l’Etna e che hanno una peculiarità, quella di fratturare intensamente le rocce circostanti aumentandone la permeabilità. Questo implica che i fluidi e i gas presenti nel sottosuolo raggiungono più facilmente la superficie. 

Il monitoraggio dei gas alle pendici del vulcano siciliano attraverso una rete di sensori dislocati nel terreno in aree chiave da parte dell’INGV è stato confrontato con i segnali provenienti dalle reti di monitoraggio dell’Osservatorio Etneo. A partire dal 2015 le analisi della presenza di radon sono state eseguite anche in aria, in particolare all’interno delle abitazioni per verificare se questo gas inodore, incolore e insapore, quindi non facilmente rivelabile dalla popolazione, assuma concentrazioni pericolose per la salute.

Nell’articolo pubblicato su Frontiers in Public Health a firma di Marco Neri, Salvatore Giammanco e Anna Leonardi, i ricercatori hanno registrato per tre anni le emissioni di radon attraverso 12 sensori collocati in sette edifici ubicati sulle pendici meridionali e orientali del vulcano, nei territori di Giarre, Zafferana Etnea, Aci Catena, Aci Castello e Paternò.

Il monitoraggio sul lungo periodo ha permesso ai ricercatori di “depurare” i segnali di concentrazione del radon dalle variazioni indotte dalle condizioni ambientali, a loro volta legate all’alternarsi delle stagioni. I sensori hanno rilevato concentrazioni medie annue spesso superiori a 100 Bequerel per metro cubo, che corrisponde al valore di primo livello di attenzione per esposizione media annuale raccomandato dall’OMS.

In alcuni casi, tale concentrazione media è risultata maggiore di 300 Bq/m3 , con punte superiori a 1000 Bq/m3  registrate per molti mesi consecutivamente. Questi dati completano i rilevamenti delle concentrazioni di radon misurate nei terreni dell’Etna negli anni passati, che hanno mostrato valori variabili da poche migliaia a oltre 70.000 Bq/m3.

Lo studio ha inoltre evidenziato che le abitazioni con maggiore presenza di radon al loro interno si trovano proprio in prossimità delle faglie attive, cioè che la concentrazione di radon era maggiore in queste abitazioni. Un dato che conferma, secondo i ricercatori dell’INGV, che la pericolosità delle faglie etnee è data non solo dalla loro sismogeneticità ma anche dalla loro permeabilità ai gas, consentendo la risalita del radon.

Il campionamento eseguito per diversi anni riguarda però solo un numero limitato di abitazioni, ma suggerisce un potenziale problema per la salute della popolazione etnea, che ammonta quasi a un milione di persone, e pertanto i ricercatori ritengono necessario approfondire ed estendere il monitoraggio a un numero di case superiore. Si solleva così la necessità di valutare la salubrità degli ambienti abitati, anche considerando che il recente sisma del 26 dicembre 2018, colpendo pesantemente il versante sud-orientale dell’Etna, ha evidenziato ancora una volta la vulnerabilità del territorio etneo e la sua esposizione a fenomeni naturali di vario tipo.