Mondiali azzurri, non solo colpa di Lippi

Pubblicato il 26 Giugno 2010 19:03 | Ultimo aggiornamento: 26 Giugno 2010 19:03

Marcello Lippi

Se c’è in Italia chi, come il ministro Calderoli, guarda ai Mondiali e alla sconfitta degli azzuri come ad una catastrofe epocale, invocando misure drastiche a reprimere i colpevoli, a suo dire, Marcelli Lippi e Giancarlo Abete, altri si appellano ad un ridimensionamento di quella che ormai appare diventata a tutti gli effetti una “questione nazionale”.

Lo fa Gigi Garanzini, dalle colonne del Sole 24 Ore, sottolineando che se l’Italia non è arrivata neppure agli ottavi di questi mondiali di Sudafrica la colpa non è solo del tanto vituperato Lippi.

Contro ogni tentazione di processo sommario, il cronista sottolinea l’importanza, e l’anomalia, in un Paese come il nostro, della pubblica assunzione di responsabilità da parte sia del c.t. sia del presidente della Figc.

Tra l’esaltazione esasperata dei vincitori di Berlino 2006 e la condanna senz’appello degli sconfitti di Johannesburg 2010, il pacato ma responsabile autodafè di Lippi e Abete dovrebbe ritenersi esaustivo.

Dopotutto ci penserà il futuro a collocare ognuno tra i vincitori o i vinti: l’allenatore sarà ricordato sia per il trionfo tedesco sia per il disastro africano. Abete, che in Germania era soltanto capo-delegazione, verrà ricordato come il presidente del peggior mondiale della storia azzurra.

Ma se il futuro renderà giustizia, è nel passato che vanno cercate le radici della disfatta odierna. Più precisamente, scrive Garanzini, nel 2007. Qurll’anno, contro ogni ragionevole previsione, il Milan vince la coppa Campioni e la conseguente conferma di Ancelotti fa saltare l’operazione Lippi-Milan.

Due mesi prima Abete è diventato presidente federale: inizia a seguire da vicino la nazionale di Donadoni, scelto come c.t. dal commissario straordinario Guido Rossi, e non è convinto.

Dopo gli Europei 2008, con l’uscita  degli Azzurri ai quarti, si chiude la – breve – era Donadoni. Abete chiama Lippi. Ma il c.t. è irrequieto.

Quando nella primavera del 2009 Torino lo richiama alla guida della Juventus, Lippi cede senza nemmeno troppo resistere. E rapidamente piazza tra i bianconeri prima Ciro Ferrara, poi i reduci da Berlino Cannavaro e Grosso, infine il pupillo emergente Candreva.

Una Juventus il più possibile italiana, ben diversa dalla multicolore Inter, può, deve rappresentare la spina dorsale della nazionale per il Sudafrica. Per questo la federazione abbozza: un blocco-Juve forte è stato alla base delle vittorie azzurre sia nell’82 che nel 2006. Mentre la Confederations Cup, disputata nel frattempo nel giugno 2009, ha confermato una volta di più che le nazionali mosaico funzionano assai meno.

Solo che, dopo un avvio brillante, la Juve inizia a perdere. A mano a mano che la stagione bianconera diventa la peggiore del dopoguerra, la società è costretta a cambiare progetto, oltre che futura panchina. La federazione si rende conto di non aver fatto un grande affare, puntando su un allenatore con i piedi in due staffe. L’epilogo lo conosciamo.