Moratti e l’Inter, 18 anni di lacrime e gioie: da Iuliano al Triplete

di Redazione Blitz
Pubblicato il 15 Ottobre 2013 13:32 | Ultimo aggiornamento: 15 Ottobre 2013 13:32
moratti e mourinho champions 2010

Moratti con Mourinho durante la premiazione della Champions del 2010 (LaPresse)

MILANO – Gioie e lacrime, successi e flop, clamorosi colpi di mercato e bidoni, battaglie politiche e giocatori pedinati, polemiche con gli arbitri, con la Juventus e non solo, e tanti, tanti esoneri.

C’è un po’ di tutto nei 18 anni in cui Massimo Moratti ha guidato l’Inter, raccogliendo 16 trofei fra cui spicca il triplete e soprattutto la Champions League del 2010, riscatto morale e sportivo che in qualche modo ha chiuso il cerchio con la Grande Inter del padre Angelo (7 trofei, ma due coppe dei Campioni e due Intercontinentali), a cui il petroliere si è ispirato coinvolgendo Sandro Mazzola, Luis Suarez, Mario Corso e Giacinto Facchetti non appena acquistò il club nel 1995.

Oggi la cessione del pacchetto di maggioranza a Erick Thohir: passaggio storico per un club che il 22 maggio 2010 aveva coronato la sua stagione perfetta. Perfetto come era per la panchina dell’Inter Josè Mourinho, l’allenatore più amato dal presidente fra i 19 che si sono avvicendati (4 solo nella stagione 1998/99), da Ottavio Bianchi a Walter Mazzarri, passando per Gigi Simoni (esonerato mentre a Coverciano riceve la panchina d’oro), Alberto Zaccheroni (confermato da Facchetti e cacciato da Moratti), e Roberto Mancini, che dopo l’ennesima eliminazione precoce dalla Champions annuncia di volersi dimettere e due mesi più tardi è esonerato senza ringraziamenti dopo 7 trofei in 4 anni.

Mourinho ne impiega solo due per arrivare sul tetto d’Europa, anche grazie a una campagna acquisti una volta tanto azzeccata. Da Milito, Thiago Motta, Sneijder, allo scambio Ibrahimovic-Eto’o, un capolavoro, come l’ingaggio di Ronaldo nel ’97 (che un anno dopo gli regala la prima coppa, la Uefa), uno dei tre palloni d’oro comprati da Moratti, oltre a Figo e Baggio.

Affari che però non cancellano grandi errori collezionati negli anni, come la cessione di Roberto Carlos, gli scambi con il Milan (Seedorf e Pirlo), e memorabili bidoni, da Domoraud a Quaresma, senza dimenticare Rambert, il primo acquisto assieme a Zanetti, capostipite della colonia argentina, alla quale si sono aggiunte nel tempo la francese e la brasiliana.

Le squadre di Moratti hanno rispettato il nome di Internazionale, e tutti, italiani e stranieri, hanno avuto una seconda chance, molte di più Recoba, pupillo del presidente, mancino come quello (Corso) di papà Angelo. E non sono mancati né i rimpianti, partendo da Cantona, né le delusioni, Adriano per tutte. In quel 2010 è filato tutto liscio, non è stato aggiornato l’album dei rimpianti, che contiene fra gli altri l’eliminazione dalla coppa Uefa nel ’95 con il Lugano, il ko in Champions nel 2000 con l’Helsingborg, i due euroderby persi con il Milan.

A un’altra categoria appartengono il rigore non fischiato di Iuliano su Ronaldo nello storico Juventus-Inter del 26 aprile ’98, e la madre delle beffe, il 5 maggio 2002, quando nella mente di Moratti si fa spazio il desiderio di mollare, un po’ come dopo l’eliminazione dalla Champions con il Villarreal nell’aprile 2006. Ma è difficile liberarsi di una passione, e negli stessi giorni il presidente pensa a rilanciare con Capello. Tutto cambierà di lì a poco.

L’estate 2006 gli porta via l’amico Facchetti, a cui nel 2004 aveva lasciato la presidenza dell’ormai ribattezzata ‘Pazza Inter’ dopo 9 anni zeppi di fallimenti e polemiche. E gli dà la conferma di trame oscure nel calcio, fin lì sospettate, e rivelate da Calciopoli. D’ufficio arriva il primo scudetto, Moratti è convinto che gliene manchi più di uno e forse per questo lo considera il più importante dei cinque. Gli restituisce entusiasmo, viene stoppata la merchant bank incaricata di cercare acquirenti, niente Capello, si va avanti con Mancini.

Arrivano altri tre scudetti di fila (incluso quello di Centenario), però l’Europa resta un tabù. È Mourinho la soluzione. Moratti lo sceglie, lo strapaga, e il portoghese prende in mano l’Inter, facendo l’allenatore, e di più. È l’equivalente di quello che è stato Helenio Herrera per Angelo Moratti, e finalmente porta l’Inter sul tetto d’Europa dopo 45 anni. Peccato per le lacrime d’addio di Mourinho, il Mondiale per Club è l’ultima appendice di gloria, in fretta ricomincia la girandola di allenatori, fra scelte poco convinte (Benitez e Gasperini), e scommesse (Leonardo e Stramaccioni).

Non sono stati anni facili, da quel magnifico 2010, con un lento declinare fino al nono posto in campionato della scorsa stagione. Ma il presidente del Triplete, come tutti i tifosi, lo ha sempre saputo: l’Inter porta con sé lacrime e gioia. (Ansa)