Piero Marrazzo torna al lavoro, giusto. Ma caso trans politico, come Batman

Pubblicato il 29 Ottobre 2013 23:53 | Ultimo aggiornamento: 29 Ottobre 2013 23:53
Piero Marrazzo torna al lavoro, giusto. Ma caso trans politico, come Batman

Trans o maiali, sempre con i notri soldi si divertono

Piero Marrazzo ha parlato della sua vicenda umana e del suo futuro con Laura Rio del Giornale. Bella intervista, brava lei, convincente lui. Il suo partito, il Pd, lo aveva brutalmente scaricato, al primo starnuto. In fondo non era dei loro. Forse non era nemmeno adeguato, un giornalista con nome e faccia molto noti, messo lì per fare vedere che la società civile e prendere voti: l’hanno pagata cara la fretta di far fuori Marrazzo, perdendo la presidenza della Regione Lazio a favore di Renata Polverini, quota An ex sindacalista dell’ex fascio.

Perché, si chiede Laura Rio,

“un uomo che ha suc­cesso, soldi, potere, popolarità, amore, una bella famiglia, a un certo punto sente il bisogno di passare notti insieme a dei tran­sessuali? E perché arriva a un tale punto da rovinarsi completa­mente la vita? Sono le domande che in molti si sono fatti all’indo­mani dello scandalo che ha por­tato Piero Marrazzo a dimettersi dalla presidenza della Regione Lazio.

“Sono le domande che lui stesso si è fatto in questi quattro anni, da quella sera in cui alcuni carabinieri entrarono nell’ap­partamen­to di via Gradoli per fil­marlo mentre era insieme a Nata­lie per poi ricattarlo. Una storia di sesso a pagamento, cocaina, ri­catti, omicidi, che ha portato al­l’arresto dei carabinieri, e che per l’ex governatore si è chiusa senza alcun procedimento pena­le.

“Dopo mesi di riflessione e di te­rapia, lui si è dato questa rispo­sta:

«Non è stato lo stress derivan­te dal successo, dal potere, dalla quantità di impegni a portarmi a commettere questi errori. Ma una questione strettamente per­so­nale che ha attinenza con Pie­ro uomo e non con Piero perso­naggio politico».

E una questio­ne con cui Piero uomo ha fatto i conti, tanto che ora è pronto a riapparire in televisione, a torna­re a fare il suo primo lavoro di giornalista e di conduttore.

«Sono un giornalista Rai da quasi trent’anni. Lo era mio pa­dre. Non ho alcun carico giudizia­rio pendente (tranne un’indagi­ne per abuso d’ufficio che si con­cluderà agli inizi di novembre), non ho commesso reati, non so­no stato sospeso dall’albo dei giornalisti, per quattro anni mi sono tenuto lontano dal video, non ho alcuna dipendenza dalle droghe. Se tutto questo non ba­sta, allora in questo Paese è vieta­to sbagliare, allora non c’è possi­bilità di sanare i propri errori».

“C’è già chi dice: «Con tutto quello che ha combinato, noi continuiamo a pagargli lo stipendio».

«Visto che sono un dipenden­te Rai, per me è un dovere oltre che un diritto tornare a lavorare, non un premio.

“Quelle persone coinvolte nella vicenda e rimaste ucci­se (il pusher Salustri e la trans Brenda) non popola­no isuoi incubi?

«Sono fatti in cui non c’entro assolutamente nulla. Le ho lette sui giornali. Ribadisco che sono una vittima, non un reo. Come la magistratura ha accertato».

«Qualcuno pensava che mi sa­rei ucciso. Ma ho capito che solo proseguendo nella vita si può ri­parare l’errore. Oggi sono un uo­mo pieno di cicatrici ma più ric­co. I giovani devono sapere che la vita si può affrontare, in ogni caso. Se questo messaggio non passa, continueranno a esserci drammi come quello del giova­ne gay di 21 anni che si è ammaz­zato ieri perché aveva rinuncia­to a lottare».

Tutte cose sacrosante, tutti argomenti condivisibili. Però qualcosa stona, nella mano di miele stesa sull’amaro della vicenda, per stimolare la ghiandola del buonismo, che in Italia ha una secrezione continua e abbondante.

Non è stata e non è solo una questione privata di un uomo che nel suo intimo e anche non nel suo intimo può fare a testa alta quello che vuole. Resta il fatto che lui era, quando è successo, il presidente della Regione Lazio, che tutti quei soldi elargiti al ridondante Natalie e ai suoi colleghi trans erano un po’ troppi anche per gli standard degli stipendi e delle note spese Rai.

La storia di Piero Marrazzo esce dal suo privato, diventa un fatto politico, non giudiziario, che fa il paio con le feste dei maiali di An che la Polverini ha difeso. Sempre il solito problema, dei nostri soldi, delle nostre tasse, di cui loro, i politici e la loro corte di funzionari, fanno quello che vogliono.

Sono tanti, più di un milione, sono forti e prepotenti.  Se non hanno più soldi, ci sparano una addizionale Irpef. A noi resta solo di subire e tacere.