Via della Seta, perché è un rischio: Italia testa di ponte cinese in Europa? La guerra mondiale…

Via della Seta: Italia testa di ponte cinese in Europa? In vista della terza guerra mondiale…Trump a Conte (nella foto): “Io ve lo ho detto”

Nuova via della seta o Italia testa di ponte della penetrazione cinese in occidente? Un articolo di Alessia Amighini, Co-direttrice dell’Osservatorio Asia presso l’Ispi, sul Fatto quotidiano lancia un segnale d’allarme.

L’accordo tra Italia e Cina, che vede il nostro Paese come terminale della “Nuova via della Seta” fra l’Estremo Oriente e l’Europa, “è destinato indubbiamente a sigillare il ruolo strategico dell’Italia come ponte strategico della Cina in Europa”. Si noti la ripetizione della parola strategico dopo 5 parole, per dare forza al significato.

Ci sarebbe anche un altro interrogativo. Se un accordo della portata di quello che dovrebbe sottoscrivere l’Italia, ancorché si tratti solo di una lettera di intenti (sigla inglese MoU), non debba essere prima sottoposto al vaglio del Parlamento e anche a un esame un po’ più alla luce del sole. Parlano tanto di democrazia diretta, di Rousseau e vivono di sondaggi. Poi fanno le cose come nemmeno il re di Sardegna e il Marchese d’Ormea facevano ai tempi loro.

Sarebbe facile irridere alla prospettiva che l’Italia diventi una testa di ponte cinese in caso di guerra fra i mondi osservando che le truppe sbarcate nei nostri porti alla conquista dell’Europa, non potrebbero fare agevolmente il percorso inverso a quello di Annibale o di Attila. Lo stato delle nostre ferrovie, la mancanza di moderni passaggi oltre le Alpi, la vittoria dei No Tav insomma, fermerebbero i cinesi sul virtuale bagnasciuga delle rive del Po.

Ma veniamo al tema.

C’è chi è convinto che la terza guerra mondiale, se ci sarà, sarà fra Usa e Cina. Il presidente americano Donald Trump, dal momento della sua elezione si è mosso con ferma convinzione. Non è detto che Trump, perché è quello che è, abbia per forza torto su tutto. Dietro di lui ci sono migliaia di esperti di politica internazionale, fra DIpartimento di Stato (cioè il Ministero degli Esteri) e Cia, la centrale dello spionaggio, che ne sanno qualcosa più di noi e anche di Trump.

Che la Cina sia sul piano inclinato del destino di superpotenza è conseguenza inevitabile della sua crescita, avviata subito la morte di Mao, dal grande grandissimo Deng Tsiao Ping. Scrissi, nel dicembre 2018 che il 

“comunismo capitalista cinese che ripudiando la società pastorale e analfabeta di Mao ha impugnato le modernizzazioni di Deng. Così facendo la Cina è passata da terra di conquista a possibile futuro padrone dei nostri figli e nipoti”.

Le quattro modernizzazioni, agricultura, industria, difesa nazionale, scienza e tecnologia, furono elencate la prima volta nel 1963 da Zhou Enlai (, come si scriveva anche, Chou En Lai). Poi ci fu la rivoluzione culturale, che la bloccò, e nel processo scosse la Cina e un po’ anche l’Italia. Morto Mao il processo di modernizzazione riprese, senza che il partito comunista ne fosse travolto. Diventò anzi il motore del progresso. Tra la prima e l’ultima volta che sono stato in Cina, 1978 e 2005, sono passati quasi 30 anni ma se rivedo nella mia mente quel film sembra ne siano passati mille.

La Cina oggi sta riuscendo a fare pacificamente e col denaro quello che i giapponesi provarono a fare con la conquista militare dell’Asia fra gli anni ’30 e i ’40 e poi con la conquista commerciale del dopoguerra.

Partendo dalla sua base odierna di 1,3 miliardi di persone (il doppio di mezzo secolo fa), omogeneizzando cultura e stili e calpestando etnie e religioni dentro i suoi confini, la Cina sta rivelando ambizioni ben maggiori dei giapponesi. In Asia, aggira l’ostacolo dello storico nemico India (con cui è in stato di pre guerra permanente) portando dalla sua parte il Pakistan, diviso dall’India da un confine di sangue scavato da 70 anni di spartizione.

E punta sull’Africa. I soldi sono la chiave che apre i cuori di asiatici e africani e certamente anche quelli degli italiani e anche dei portoghesi. 

Nel frattempo Pechino tiene i fili con i cinesi emigrati un po’ in tutto il mondo, creando catene di influenza. In Italia i cinesi sono una potenza, controllano un pezzo di Toscana, a Milano e Roma dominano quartieri. Progressivamente espandono il controllo sul Veneto e su Venezia. Pagano le tasse? Quante? Dai racconti che uno sente in giro, le regole sul contante che ti fanno sentire un criminale se solo fai un piccolo acquisto, per loro proprio non valgono.

Chi siano poi davvero i cinesi lo si può dedurre leggendo un po’ i giornali stranieri. Sono episodi di razzismo e di disprezzo verso le razze inferiori, tutte tranne quella Han che costituisce il nerbo del popolo cinese.

Spero che non sarò più tra voi quando il momento della verità, il giorno della resa dei conti, si presenterà agli italiani.

Trump, probabilmente anche lui in compagnia dei più, sghignazzerà dal girone cui Lucifero lo avrà assegnato: “Ve lo avevo detto“, dirà a Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Matteo Salvini e anche Michele Geraci e tanti tanti altri, all’epoca deportati a popolare la Siberia, ormai saldamente in mano cinese.

Fatta questa premessa, facciamone un’altra. Nel dicembre del 2018 la Cina ha già raggiunto un accordo sulla linea della Via della Seta con il Portogallo.

Ma il Portogallo è all’estremità del continente, Lisbona dista da Parigi 1.700 chilometri. Il cuore dell’Europa del terzo millennio, come quello del secondo, si è spostato nell’ellisse che ha per fuochi Parigi e Berlino. La seconda guerra mondiale fu combattuta attorno a quell’ovale, i tedeschi (e probabilmente qualunque esercito al mondo) sarebbero stati più felici senza l’Italia alleata; non a caso fecero a meno dell’aiuto dei fratelli fascisti Salazar e Franco, a conferma della marginalità della penisola iberica rispetto al cuore europeo.

E ora leggiamo l’articolo di Alessia Amighini e meditiamo. Ecco alcuni punti chiave, il più importante dei quali viene in fondo all’elenco: le “importanti connotazioni strategiche” della “nuova via della seta”. Ecco i caveat espressi nell’articolo:

1. “La bozza conferma l’intenzione di includere nella cooperazione bilaterale alcuni settori strategici, come trasporti, infrastrutture, logistica, ambiente e finanza. 

2. “Balzano all’occhio soprattutto delle espressioni apparentemente innocue e innocenti, come un avanzamento delle relazioni politiche tra i due paesi firmatari.

“A poco sono servite – nota Alessia Amighini – e ne risultano peraltro evidentemente smentite le ripetute rassicurazioni, reiterate fino a un paio di giorni fa, del sottosegretario al ministero dello Sviluppo Economico, Michele Geraci [lo danno vicino alla Lega anche se è di Palermo e viveva in Cina), sul contenuto meramente commerciale ed economico del documento”.

3. “Come tutti gli altri MoU firmati dalla Cina, gli ambiti di cooperazione sono gli stessi 5 che costituiscono i deliverables ufficiali della Bri, vale a dire: coordinamento delle politiche, connettività e infrastrutture, libero scambio, integrazione finanziaria e scambi culturali. Al di là dell’aura apparentemente romantica di quella che i cinesi abilmente chiamano “iniziativa”, la Belt and Road Initiative (Bri) che infatti in Italia viene continuamente chiamata “nuova via della seta”, come a volerne sottolineare l’aspetto intrinsecamente benefico, essa in realtà è un progetto di sviluppo interno e internazionale con importanti connotazioni strategiche.

Il 24 ottobre 2017 il perseguimento della Bri è stato inserito nella Costituzione cinese, che coincide con la Costituzione del Pcc. La Bri è oggi un obiettivo strategico di Stato, non un’iniziativa economica e commerciale.

La esposizione di Alessia Amighini è incalzante.

“Il tentativo di convincere il Paese e le aziende che sono alla ricerca di opportunità di affari e di mercati dinamici, che questo MoU servirà ad aumentare l’export italiano in Cina e gli investimenti cinesi in Italia, non solo è pericolosamente riduttivo, ma anche pericolosamente distorto”.

Continuate a leggere per favore:

“Gli altri grandi esportatori europei , di cui si lamenta la maggior forza economica e commerciale in Cina, non hanno firmato MoU, ma guidato e sostenuto cordate e missioni di imprese per firmare contratti e accordi concreti”.

Non si può dimenticare che Berlusconi per ben tre volte annullò suoi viaggi in Cina (forse per impegni di Bunga Bunga), mentre il primo ministro tedesco per altrettante volte si era recato a Pechino e aveva fatto affari.

La attuale richiesta cinese e il forte appoggio dell’attuale governo italiano costituiscono, nota Alessia Amighini, una mossa fortemente divisiva per l’Italia in Europa e per l’Italia nella sua collocazione atlantica.

Conclusione da brividi:

“Il MoU tra Italia e Cina è destinato indubbiamente a sigillare il ruolo strategico dell’Italia come ponte strategico della Cina in Europa, e non invece come ponte tra Ue e Cina. Sperare che almeno intensifichi il commercio e gli investimenti non basta a compensare le remore di un documento le cui conseguenze politiche non riusciamo ora nemmeno a immaginare”.

 

Gestione cookie