Pensioni, Di Maio vuole il 20% per i suoi descamisados, la Lega rischia grosso

di Marco Benedetto
Pubblicato il 2 dicembre 2018 6:36 | Ultimo aggiornamento: 3 dicembre 2018 9:39
Pensioni, Luigi Di Maio (nella foto) vuole il 20% per i suoi descamisados, la Lega rischia grosso

Pensioni, Di Maio vuole il 20% per i suoi descamisados, la Lega rischia grosso

Pensioni d’oro, Salvini attento. La Lega rischia di perdere il consenso di un importante e numeroso gruppo di elettori, i ricchi e ricchissimi pensionati. Sono quelli che percepiscono ogni mese da 4.500 euro in su. E che oggi il Governo di coalizione Lega-M5s vorrebbe derubare, anzi rapinare.

Il rischio elettorale è elevato, come l’esperienza del Pd dimostra. Chi tocca i pensionati si trova davanti ad amare sorprese. Per la Lega non è uno scherzo. La maggior parte di questo gruppo, molto trasversale e composito, senza voce in Parlamento e nei partiti, per scelta o per disperazione sono gente oggi orientata a votare per la Lega alle prossime elezioni. Non so come andrà a finire se Matteo Salvini si ostina a reggere la coda alla follia dei grillini e al loro odio sociale. È il peggiore Sud, quello fannullone e assistenzialista contro il Nord operoso e industrioso dove la Lega raccoglie la maggior parte dei consensi.

Delusi dal Pd, ingannati da Berlusconi, sbeffeggiati (quei pochi o tanti che, sempre per disperazione, li hanno votati) dal Movimento 5 stelle, milioni di italiani, tra cui milioni di pensionati, si stavano rendendo conto che a merito della Lega va ascritta la buona amministrazione del Grande Nord. Ora è vero che amministrare Milano o Vicenza è più facile che farlo a Napoli o Palermo, ma nella convinzione che il problema numero uno dell’Italia sia una buona amministrazione, molti pensionati di varie provenienze sociali e fedi politiche vedevano e vedono nella Lega quell’estrema speranza di buon governo che negli anni ’70 era alla base del successo elettorale del Pci. 

Salvini ha accumulato consenso anche grazie al vituperato, a sinistra, Decreto Sicurezza, proponendosi agli italiani come il Ministro della Salute pubblica, non quello della Sanità, ma di quella Salute pubblica inteso alla francese,  che ci riporta a quel Comitato di Salute pubblica che, con qualche colpo di ghigliottina salvò la Repubblica e la Rivoluzione.

Salvini si pone a difensore della legalità, a tutela di quegli italiani che, sfiduciati, non sanno più a che santo votarsi di fronte a una marea montante di furti e rapine. Ma per gli italiani non c’è differenza se a rapinarli è un latitante moldavo oppure è lo Stato, sotto la spinta dell’ultimo partito che si è presentato sventolando la bandiera dell’odio sociale.

Con l’aggravante che a compiere la rapina è quello stesso Stato che con le sue leggi ha determinato la apparente ingiustizia. La mano armata è quella del Governo di cui Salvini è co-vice-premier e ministro dell’Interno cioè è il capo di quelle centinaia di migliaia di uomini il cui compito è arrestare i rapinatori e ancor prima impedire che le rapine si compiano.

I pensionati sono milioni, i pensionati d’oro, d’argento o di vermeil, nella accezione dimaiana, sono una bella porzione, con le loro famiglie, le loro clientele. Aiutano i figli, contribuiscono allo studio dei nipoti. Redistribuiscono crediti accumulati in una vita di studio e di lavoro, in tempi forse più generosi ma certo anche più duri, trascorsi non nel Paradiso terrestre. Sono la attuazione contemporanea del precetto evangelico. Non le facili fanfaluche demagogiche di Papa Francesco, ma il concreto sostegno a chi fra quelli vicino a te hanno più bisogno. Duemila anni dopo, il mondo non è più quello dei tempi di Cristo. A chiedere l’elemosina sono professionisti dell’accattonaggio, cui rende di più invocare la fame, anche se non sembrano averne tanta, vista l’aria generalmente pasciuta, piuttosto che lavorare. 

Oggi il problema della povertà non si risolve con l’elemosina ma con il lavoro, non con il reddito di cittadinanza ma con il lavoro e il riscatto è la dignità che il lavoro porta con sé.

Togliere soldi dalle tasche di chi ha lavorato una vita per darli a chi non ha mai lavorato o ha lavorato in nero, preferendoli di più, maledetti e subito, be’ questo è un crimine di Stato.

Chiarisco che faccio parte della categoria dei pensionati d’oro e che forse ne sono anche ai vertici. Come anche tanti altri “colleghi”, con quei soldi, però non mi regalo vacanze esotiche né auto di lusso ma li uso per farci qualcosa di utile agli altri. Nello specifico, ci finanzio questo giornale. Sono una dozzina di giovani, ai quali ho dato una opportunità professionale e soprattutto la dignità del lavoro. Sono tutti a tempo indeterminato, a contribuzione Inpgi e trattenute fiscali. Non proprio come il collega di governo di Salvini e nemico dei pensionati Luigi Di Maio, nella natia Campania. 

La mia come le altre pensioni non sono l’equivalente contemporaneo di quelle ricche elargite motu proprio da concessione regale, spazzate via in Francia dalla Rivoluzione e in Italia da Cavour. Chi le percepisce ha accantonato ogni mese presso un istituto di previdenza (INPS o equiparato) una percentuale della sua retribuzione, di norma per almeno 35 anni. 

In aggiunta, anche le rispettive aziende hanno versato altri contributi. Non si tratta di soldi rubati ma di un pezzo di stipendio o salario che è stato messo da parte per il futuro. Sono soldi nostri.

Potete anche dire che quegli stipendi erano troppo alti, potete essere d’accordo con quel dissennato di Renzi che per inseguire i grillini ha tirato loro la volata varando norme stupidamente demagogiche come quella del tetto ai dirigenti pubblici. Se la pensate così, siete in ritardo sul passato, perché l’Unione Sovietica si è sciolta 30 anni fa ma vivete comunque nel Paese giusto, perché l’Italia sta per essere la reincarnazione del socialismo reale, peraltro con un passo indietro rispetto a Stalin, che credeva nell’industria al punto da far morire qualche milione di “sabotatori” tipo quelli della decrescita felice o della civiltà contadina; e anche fuori pista rispetto al comunismo capitalista cinese che ripudiando la società pastorale e analfabeta di Mao ha impugnato le modernizzazioni di Deng. Così facendo la Cina è passata da terra di conquista a possibile futuro padrone dei nostri figli e nipoti.

Ma torniamo alle pensioni. di Maio vorrebbe sottoporle per 5 anni cinque a un prelievo forzoso fino al 20 per cento. Nessuno gli ha detto che i giornalisti, le cui pensioni sono soggette da anni a un demoltiplicatore, tale per cui la mia pensione corrisponde a un quarto del mio ultimo stipendio, sono già soggetti a un altro prelievo forzoso, di misura simile. Si arriverebbe così al 40% più il 45 della aliquot marginale massima. Ha voglia a dire l’Istat che la pressione fiscale  in Italia è calata di un punto. Qui gliene schiafffano sopra 40 di punti. Va bene che siamo infimi sciacalli e pennivendoli, copyright Di Battista. 
Molti cittadini italiani sono potuti andare in pensione in anticipo, credo anche dopo 15 o 16 anni. Sono categorie che hanno beneficiato non di rapine a mano armata ma di leggi dello Stato, come i ferrovieri e il personale di volo dell’Alitalia. Per altri, come gli operai e gli impiegati dei giornali, ci sono state leggi, accordi sindacali e rigorose procedure ministeriali.
Ci sono stati anche alcuni casi clamorosi di integrazioni contributive che hanno portato, per alcuni dirigenti d’azienda di alto livello, a delle pensioni ben più alte di quello che sarebbero dovute essere senza l’intervento del Parlamento che approvò a loro beneficio apposite leggi o meglio leggine. Ma sempre dal Parlamento emanate, non da una parrocchia o da un centro sociale.
Questo riguarda in ogni caso un numero limitato di persone, nel settore ex telefonico.
In conseguenza della abitudine di fare di tutta erba un fascio, da qualche anno si è sviluppato fra i politici italiani e fra qualche giornalista un po’ irresponsabile un po’ sicofante un gioco che consiste nel tiro al bersaglio ai pensionati. Secondo costoro, chi prende più di mille euro di pensione al mese è un nemico del popolo, un sabotatore dell’economia, un agente del grande complotto internazionale. Ai tempi di Beria il loro destino sarebbe stato segnato. Oggi c’è Luigi Di Maio, che per nostra fortuna non è Beria, ma che ci si è messo di impegno a seguire il solco tracciato, ricordatevelo sempre perché è il più bolscevico (nel senso di cinico) di tutti, da Berlusconi (con i dividendi ad aliquota fissa che gli distribuisce Fininvest, che gli importa di noi? Con la mia pensione di un anno non ci paga nemmeno un giorno di alimenti alla ex moglie) e dal suo Tremonti, seguiti poi dal tragico Mario Monti e poi da Letta e poi da Renzi.

Quello dei nemici dei pensionati è un partito trasversale che unisce destra e sinistra. Da Giorgia Meloni (che poi sul tema ha messo saggiamente il silenziatore) al post comunista Cesare Damiano al post socialista Guglielmo Epifani. Tutta gente che non ha avuto nemmeno il pudore di rivelare, prima di pontificare, i contributi figurativi, naturalmente a carico nostro, di cui hanno goduto le loro pensioni extra da giornalista o da sindacalista.
Matteo Renzi ci ha giocato per un bel po’. Ricordate? Pensandoci tutti grulli, arrivò a palazzo Chigi in Smart (prestata per l’occasione) e esordi in tv attaccando la pensione di reversibilità della nonna. Dopo qualche uscita sulle pensioni fece marcia indietro, imbavagliò quel tale Yoram Gutgeld, che con le sue teorie ha fornito la base teorica agli attacco del M5s ai pensionati.
Probabilmente Renzi si accorse da qualche sondaggio che gli attacchi ai pensionati costavano consensi. Ma ormai il danno era fatto. Compreso quello di avere messo a presidente dell’Inps Tito Boeri, quello che ci vorrebbe morti per risparmiare sugli assegni.
I pensionati o hanno girato le spalle al Pd o rinunciando al voto hanno abbandonato il Pd al suo destino e al saccheggio dei 5 stelle.
Incidentalmente, forse Salvini farebbe bene a documentarsi e chiedere a Renzi copia di quelle ricerche.

L’attacco ai pensionati in genere e a quelli a valore più elevato è una delle colpe di questa nostra sinistra da talk-show. Priva di radici in quella che fu la classe operaia, costituita in prevalenza da figli di famiglie benestanti o dell’establishment, una vita passata negli uffici del Pci o uffici pubblici, non hanno lavorato nella vita vera un giorno di più di Luigi Di Maio. 

Si sono buttati a pesce piranha?) sulle pensioni, non nel quadro di una politica complessiva che prevedesse la tassazione piena della rendita finanziaria, tale per cui il capo di una azienda pagasse meno del 45 per cento e giù a scalare gli altri, mentre il proprietario pagava e paga sui dividendi una decina di punti in meno. Tanto per dire: meno tasse all’amministratore delegato di Mediaset, un po’ di più a Berlusconi, che paga con una aliquota che è quasi la metà del suo top manager.

Per non dire delle multinazionali di internet e non di internet che, basate fuori dell’Italia, di tasse non ne pagano proprio o quasi. Anzi. Renzi si alzò per difendere il loro privilegio e bloccò tutto. Con i soldi delle tasse che Facebook e le altre multinazionali non pagano, sai quanti redditi di cittadinanza ci finanziavi e quante pensioni dignità, caro Di Maio? Ma, come cantava Natalino Otto, rilanciato da Renzo Arbore,…che figura, il professore non lo sa.

C’è poi un dubbio che mi torment da un po’ di anni. Penso di essere nel torto ma lo voglio esporre. Nessuno mi toglie dalla testa che dietro tutto il can can sulle pensioni, che va avanti da parecchi anni, ci sia anche il grande gioco delle compagnie di assicurazione. Perché la prima cosa che fece il generale Pinochet, appena impadronitosi del potere in Cile, dopo avere fatto sparire qualche decina di migliaia di sostenitori di Allende e della sinistra, fu di passare la gestione delle pensioni alle aziende private? Lo stesso voleva fare Bush figlio, ma la sinistra americana insorse e lo impedì. La sinistra americana infatti non sembra sul viale del tramonto, sta riconquistando voti e collegi, e comunque Hillary Clinton ha preso più voti di Trump, prima di essere punita dal loro sistema elettorale. 

La sinistra italiana ha sposato in pieno la tesi degli economisti, ha solo saputo protestare perché c’era la possibilità che Berlusconi, quando si parlava dei fondi integrativi, potesse guadagnarci con la sua quota in Mediolanum. Il bolscevico Berlusconi mollò ai sindacati il controllo dell’operazione tfr e tutto tacque. Nulla si è più saputo di quella epocale svolta. Mi sembra ci siano stati due risultati concreti: un po’ di gettoni di consigli di amministrazione per un po’ di sindacalisti, le aziende espropriate di una forma di autofinanziamento (non gratis ma senza dovere chiedere alle banche), i lavoratori di una certezza.

Questa degenerazione della pseudo sinistra ha pavimentato la strada al Movimento  5 stelle, che costituisce il peggio di quello che si può augurare a un Paese. Come ho scritto sopra, Stalin aveva un’idea di sviluppo, ha trasformato la Russia da Paese del terzo mondo a superpotenza mondiale. Questi hanno un’idea di sottosviluppo. a Napoli nel ‘700 c’erano i lazzaroni, tanto amati dal re che mangiava pubblicamente i maccheroni con le mani, per imitarli. 

Salvini guida un partito che è agli antipodi di tutto questo. I suoi elettori sono gente come noi, lavorano, non aspettano lo Stato vivendo nei container. Sprofonda la strada per Portofino? Se la rifanno da sé, non aspettano Toninelli o Di Maio. Certo tutto è più facile se sei in Friuli, a un’ora di macchina dalla Germania che in Abruzzo, in mezzo agli Appennini.

Ma sono anche due visioni del mondo contrapposte, non solo dal punto di vista ambientale e climatico. La seta e il marmo. E quei disgraziati delle pensioni d’oro stanno in prevalenza lassù, non laggiù.