Antonio Floris: pista vendetta sarda per risolvere il giallo

di Edoardo Greco
Pubblicato il 12 Novembre 2015 14:04 | Ultimo aggiornamento: 12 Novembre 2015 14:04
Antonio Floris: pista vendetta sarda per risolvere il giallo

Antonio Floris: pista vendetta sarda per risolvere il giallo

PADOVA – Per l’omicidio del detenuto sardo Antonio Floris gli inquirenti stanno seguendo la pista delle vendetta. Per capire il movente di chi ha ammazzato a bastonate Floris, che sarebbe presto uscito dal carcere avendo scontato quasi tutti i 16 anni della sua condanna per duplice tentato omicidio, la spiegazione va forse cercata in Sardegna. Scrive Enrico Ferro sul Mattino di Padova:

Vendetta 22 anni dopo. 25 ottobre 1993 – 6 novembre 2015. Il 25 ottobre di 22 anni fa un ex operaio forestale, Giuseppe Casula e la moglie Adriana Lai, sfuggirono miracolosamente all’agguato tesogli dinanzi al cancello d’ingresso della loro azienda agricola. A sparare le fucilate contro l’auto dei due coniugi era Antonio Floris, all’epoca latitante. Il motivo? La coppia che lo aveva invitato a lasciare il podere di loro proprietà nel quale il bandito si era nascosto per sfuggire alle forze dell’ordine. Un proiettile raggiunse Casula mentre la moglie rimase miracolosamente illesa. Cinque anni dopo, a novembre 1998, alla vigilia dell’apertura del processo, ai coniugi Casula venne spedita una lettera minatoria da Scandicci, centro della Toscana non lontano delle carceri dove all’epoca si trovava rinchiuso proprio Antonio Floris. In questo caso torna la ricorrenza del mese di novembre. Nel corso del processo emerse poi un altro particolare inquietante: la mattina dell’agguato la cognata dei Casula ricevette un biglietto anonimo dal testo eloquente: «Condoglianze». Il delitto del detenuto che stava cominciando ad assaporare la semilibertà potrebbe essere l’epilogo di una faida che ha avuto origine in terra sarda. Gli investigatori della Squadra mobile stanno incrociando date e ricorrenze per trovare una corrispondenza.

Un basista all’Oasi. Tuttavia ci sono molti particolari che fanno pensare a un “basista” nel centro di recupero dei Padri Mercedari di Chiesanuova. Una persona che ha informato in modo puntuale l’assassino fornendogli tutte le indicazioni sullo stile di vita di Floris, aiutandolo poi a pulire le tracce e a nascondere il cadavere. Sì, perché l’Antonio Floris di oggi, detenuto modello del Due Palazzi e punto di riferimento della piccola comunità religiosa, era un uomo molto abitudinario. Arrivata sempre alla stessa ora e se ne andava sempre alla stessa ora per raggiungere il carcere la sera. Si muoveva in bici e la parcheggiava sempre nello stesso posto, all’interno di un capanno eretto vicino agli orti, tra le cataste di legna e l’albero dei cachi. Quella rimessa per attrezzi era roba sua. E chi l’ha ucciso lo sapeva.

Si scava nel passato della vittima, l’ipotesi è la premeditazione. L’assassino prima di nascondere il corpo ha lavato via il sangue
Gli indizi. Antonio Floris è stato ucciso a bastonate. L’assassino l’ha colpito prima alla nuca e poi ha continuato a infierire alla testa con altri tre o quattro colpi. Ha utilizzato un bastone di legno o forse un tubo Innocenti. Il detenuto sessantunenne ha tentato di difendersi alzando il braccio destro e in quel frangente ha perso l’orologio che aveva al polso. L’assassino, con il buio della sera, è riuscito a trascinare il cadavere per una ventina di metri, nascondendolo sotto una catasta di legna in aperta campagna. Poi è tornato sul luogo del delitto. Nella rimessa per attrezzi non c’è corrente elettrica e quindi nemmeno illuminazione. Nonostante questo è riuscito a trovare la pompa dell’acqua e con questa ha provato a cancellare le tracce di sangue rimaste a terra. Il tutto con estrema calma, senza timore di essere scoperto da qualcuno. Francamente troppo per una persona sola carica d’odio che viene dalla Sardegna per regolare i conti.