Fisco chiede un milione a una bambina di 5 anni: “Erede di presunto evasore”

di redazione Blitz
Pubblicato il 2 Maggio 2014 10:19 | Ultimo aggiornamento: 2 Maggio 2014 10:20
(Foto Lapresse)

(Foto Lapresse)

MILANO – Un accertamento milionario: è quello che l’Agenzia delle Entrate ha fatto recapitare a una famiglia, erede di un imprenditore deceduto considerato un presunto evasore. Ma la sorpresa di questa famiglia, oltre alla cifra notevole chiesta dal Fisco, riguarda i destinatari di quella cartella. Due bambini, di 12 e 5 anni. Ovvero i figli dell’imprenditore deceduto. Una storia raccontata da Libero:

La colpa? Essere gli eredi di un imprenditore, presunto evasore, deceduto nel 2010. Già così la storia avrebbe dell’incredibile, ma a questo bisogna aggiungere che la contestata elusione fiscale risale al 2004 e che da allora l’Erario non è stato in grado di chiudere la partita. L’imprenditore era accusato di «abuso di diritto», ossia di non aver pagato un milione di tasse attraverso operazioni considerate sulla carta lecite, ma in realtà, per l’accusa, eseguite esclusivamente per pagare meno imposte, senza un vero fine economico.

La vedova dell’imprenditore ha dovuto così presentarsi all’Agenzia delle Entrate di Milano con il commercialista Paolo Troiano e la figlia più piccola.

 «Il contesto giuridico fiscale italiano è talmente incerto e inaffidabile che anche i minorenni sono costretti al contraddittorio per fatti avvenuti quando non erano ancora nati. I clienti pensano che noi commercialisti siamo matti e che esageriamo la realtà. Per questo sono solito portarli con me, perché inizino a capire che cosa sta succedendo nel nostro Paese. Anche la bambina si è presentata con la sua carta di identità, è stata schedata all’ingresso ed è finita nel verbale».

Il professionista contesta alla radice un sistema vampiresco che va a caccia di soldi anche dopo che il presunto evasore è defunto: «Sfido chiunque a ritrovare le carte di dieci anni prima, soprattutto se riguardano un imprenditore e un’azienda che non ci sono più. Ormai l’Agenzia delle entrate, con semplici pretesti, può perseguitare i contribuenti quasi all’infinito, grazie a una disposizione di legge che le consente di raddoppiare i termini dell’accertamento in presenza di violazioni “potenzialmente” rilevanti a livello penale. E questa norma viene utilizzata anche se il soggetto che avrebbe commesso il reato è morto da quattro anni».