Rapina farmacia e accoltella carabiniere, per il papà il tutto è solo una cavolata

di Alessandro Camilli
Pubblicato il 1 Dicembre 2021 9:35 | Ultimo aggiornamento: 1 Dicembre 2021 9:35
Rapina farmacia e accoltella carabiniere, per il papà il tutto è solo una cavolata

Rapina farmacia e accoltella carabiniere, per il papà il tutto è solo una cavolata FOTO ARCHIVIO ANSA

Una “cavolata”, a dire che si tratta sì, certo, di un errore. Ma chi vuoi che nella vita non faccia una “cavolata”? Capita a tutti, no? E poi una “cavolata”, si sa, in qualche modo si aggiusta e comunque le “cavolate” non son certo cosa grave. Magari un rimprovero, anche severo. E poi la “cavolata” passa e si riprende la vita di prima. Non capita più o meno a tutti o quasi di fare “cavolate”? Non capita abbastanza spesso di andare a rapinare una farmacia con un complice, una pistola finta, trovare un signore che (per eccesso di zelo?) si mette in mezzo tentando di impedire la rapina e quindi doverlo accoltellarlo al ventre e al torace (si fosse fatto i fatti suoi…)?

Il padre riduzionista, il negazionismo familistico

A volerla declinare in gergo sociologico la vicenda è l’esemplificazione più nitida di qualcosa che si può battezzare come negazionismo familistico. Un’evoluzione dell’amoralità familistica da tempo analizzata come uso e costume e valore della vita pubblica. Il familismo amorale è in sostanza: l’unica cosa moralmente corretta è quella che va a vantaggio della famiglia (in senso stretto e anche latamente intesa sconfinando nella dimensione clan e quindi lobby). Il negazionismo familistico è in sostanza: se lo fa uno della famiglia non è e non può e non deve essere una cosa grave. Il padre dell’adolescente rapinatore e accoltellatore ha dato nitida prova di riduzionismo-negazionismo familiare, ha detto, ha pronunciato il giuramento di appartenenza alla cultura di riferimento: “Mio figlio ha fatto una cavolata, ma è un bravo ragazzo…”.

Un papà, cento, mille, milioni di papà

Tralasciando di porre al padre della “cavolata ma…” la domanda di cosa debba fare un ragazzo per perdere la qualifica di “bravo ragazzo” vista che la si mantiene anche da rapinatore e accoltellatore, resta che di papà così non ce n’è uno, uno solo. E neanche dieci o cento o mille o diecimila. Sono milioni i papà così. Ad ogni episodio di truffa, violenza, bullismo, teppismo, rapina o furto in cui sia coinvolto un membro giovane della famiglia, sempre e subito scatta la rivendicazione: siamo una famiglia perbene e lui è un bravo ragazzo.

Rivendicazione di impunità

Rivendicazione di cosa in questa giaculatoria subito prontamente raccolta (se non sollecitata) dai media? Rivendicazione di impunità. Ha fatto una “cavolata”, mica un reato, che davvero lo volete condannare, punire, addirittura mettere in galera? In ogni famiglia perbene italiana quando è il caso e il caso riguarda gli altri si invoca durezza, punizioni esemplari e ci si lamenta del governo che non protegge perché rammollito. Nelle stesse famiglie quando il caso riguarda uno di famiglia si pretende impunità e leggerezza. Così si abdica, anzi si stravolge e si tradisce il ruolo e la funzione paterna, ma pare che di entrambe si sia perso sia il ricordo che il senso. Oltre che assai improbabili padri, così facendo si è pessimi cittadini e si insegna ad essere cittadini pessimi.

Questa che quando rubano gli altri sono ladri infami e quando qualcuno di noi allunga le mani sui soldi altrui è una “cavolata” da brave persone, questo pensare e agire è un veleno e una piaga. L’abuso edilizio dell’altro è intollerabile, il mio una sciocchezza. Il figlio dell’altro che picchia è un teppista da incarcerare, il mio di figlio che picchia è un bravo figlio con un giorno di luna storta. Onestamente…Onestamente? I papà, i troppi papà della “cavolata di un bravo ragazzo, il mio” hanno smesso, se mai lo sono stati, di essere onesti in primo luogo con se stessi.