Riace, Domenico Lucano: Procura si spacca. Gip rigetta 7 accuse: “Da pm errori grossolani”

di redazione Blitz
Pubblicato il 2 ottobre 2018 20:02 | Ultimo aggiornamento: 2 ottobre 2018 20:02
Riace, Domenico Lucano: Procura si spacca. Gip rigetta 7 accuse: "Da pm errori grossolani"

Riace, Domenico Lucano: Procura si spacca. Gip rigetta 7 accuse: “Da pm errori grossolani” (Foto Ansa)

LOCRI (REGGIO CALABRIA) – La Procura di Locri si spacca sul caso Domenico Lucano, il sindaco di Riace (Reggio Calabria) indagato per la gestione dell’accoglienza dei migranti: nell’accogliere la richiesta d’arresto nei confronti del sindaco, il giudice per le indagini preliminari di Locri Domenico Di Croce ha rigettato diverse accuse ipotizzate nei confronti del primo cittadino, dall’associazione a delinquere alla truffa aggravata, dal falso al concorso in corruzione, dall’abuso d’ufficio alla malversazione, e ha criticato  in diverse parti dell’ordinanza l’operato di magistrati e investigatori. Dal canto suo il procuratore di Locri, Luigi D’Alessio, ha fatto sapere di essere in disaccordo con il gip e ha annunciato che si rivolgerà al tribunale del Riesame. 

Secondo il gip Lucano sarebbe vissuto al di sopra delle regole e avrebbe favorito l’immigrazione clandesrina senza rispettare le regole sull’affidamento della gestione del servizio di raccolta dei rifiuti, ma da tutto questo sistema non avrebbe intascato nulla. Diverso il pensiero della Procura, che dipinge Lucano come un uomo che avrebbe commesso abusi d’ufficio, truffe aggravate e concussione. 

L’indagine, durata 18 mesi e fondata su intercettazioni ambientali e telefoniche oltre che sull’acquisizione di diversi atti amministrativi, scrive il giudice, ha prodotto una “corposa istanza coercitiva” da parte del pm. Che però si è limitato ad un “acritico recepimento” delle “conclusioni raggiunte all’esito di una lunga attività della Gdf di Locri”.

Le accuse dei pm relative alla turbativa dei procedimenti per l’assegnazione dei servizi d’accoglienza, dice ad esempio il giudice, sono così “vaghe e generiche” da rendere il capo d’imputazione “inidoneo a rappresentare” una contestazione “alla quale ‘agganciare’ un qualsivoglia procedimento custodiale”. Ma non solo: “Pur volendo ipotizzare che fosse intenzione degli inquirenti rimproverare agli indagati l’affidamento diretto dei servizi – scrive il Gip – il mero riferimento a ‘collusioni’ ed ‘altri mezzi fraudolenti’ che avrebbero condotto alla perpetrazione dell’illecito si risolve in una formula vuota”.

Stando così le cose dovrebbe essere il gip, “indebitamente sostituendosi al pm”, ad individuare le collusioni o i mezzi fraudolenti. Un’operazione che non solo “è impedita dai più elementari principi processuali e penalistici” ma è anche “ostacolata” dalla “mancanza, tra gli allegati alla richiesta, sia degli atti con i quali tali affidamenti diretti venivano decisi sia dalle convenzioni che agli stessi facevano seguito”. Anche volendo, quindi, “non vi sarebbe modo di capire né quali motivazioni sorreggevano tale ipotetico modus operandi, né quale sarebbe il corrispettivo dei servizi affidati”.

Per quanto riguarda l’accusa di truffa aggravata, il Gip afferma che il contenuto delle intercettazioni “lascia trasparire una modalità quanto meno opaca delle somme destinate agli operatori privati” ma, al di là di questa considerazione, gli inquirenti “sembrano incorsi in un errore tanto grossolano da pregiudicare irrimediabilmente la validità dell’assunto accusatorio”.

Di fatto, dice sempre il Gip, viene individuato l’ingiusto profitto nel totale delle somme incassate dalle cooperative, quando invece andava individuato nella differenza tra il totale e le spese realmente sostenute. Ed inoltre “gran parte delle conclusioni a cui giungono gli inquirenti appaiono o indimostrabili” o “presuntive e congetturali” o, infine, “sfornite di precisi riscontri estrinseci”.

Più o meno stesso discorso sull’accusa di falso: “Nella richiesta di misura le considerazioni addotte a sostegno della sua fondatezza sono quantomeno laconiche”. Critiche pesanti anche per quanto riguarda l’accusa di concorso in corruzione. Nonostante sia il reato più grave contestato al sindaco, annota il Gip, “gli inquirenti non hanno approfondito con la dovuta ed opportuna attenzione l’ipotesi investigativa”. Vi è in sostanza una “assoluta carenza di riscontri estrinseci” ed inoltre la persona che denuncia di aver emesso fatture false perché minacciato da Lucano “è persona tutt’altro che attendibile” in quanto aveva un “chiaro interesse” a “sostenere la loro emissione”. E “non appaiono idonei” gli elementi raccolti per sostenere l’accusa di malversazione ai danni dello stato, anche se le condotte sono “certamente torbide”.