Diritti delle donne: 11 femministe a processo (con torture) in Arabia Saudita

di Caterina Galloni
Pubblicato il 30 marzo 2019 12:39 | Ultimo aggiornamento: 30 marzo 2019 12:39
Diritti delle donne: 11 femministe a processo (con torture) in Arabia Saudita

Diritti delle donne: 11 femministe a processo (con torture) in Arabia Saudita

RIAD – Diritti delle donne, rivendicarli e sostenerli configura reato di tradimento della Patria. Per questo 11 donne sono finite a processo. Tre di loro hanno denunciato di essere state torturate. Sono tutte accusate di spionaggio e cospirazione ma non sono spie. Sono attiviste che si battono per i diritti delle donne.

Questa è l’Arabia Saudita, il paese che il sovrintendente del Teatro alla Scala di Milano, Alexander Pereira, voleva far entrare nel Consiglio di Amministrazione del tempio musicale italiano. Dopo due udienze, da cui i giornalisti sono esclusi, i tre giudici del tribunale, ovviamente tutti uomini, hanno concesso alle imputate la libertà provvisoria dietro cauzione. Alcune di loro sono già uscite di prigione, le altre escono domenica.

Una delle tre donne sotto processo è Eman al-Nafjan, 38 anni, madre di 4 figli, impegnata nella lotta in difesa dei diritti femminili in Arabia Saudita. Nafjan, che ha studiato a Birmingham, Gran Bretagna, è una delle prime blogger del regno e su saudiwoman.me ha puntato i riflettori su temi sociali controversi: ad esempio, il significato reale del Wahhabismo, come funzionano i divorzi in Arabia Saudita e perché fossero molto diffusi i secondi matrimoni segreti.

Nafjan è stata arrestata alla metà di maggio 2018. Più o meno nello stesso periodo, la polizia segreta saudita ha eseguito un rastrellamento di altre attiviste. Per anni, le donne hanno lottato insieme per il diritto alla guida e per l’abolizione del sistema di tutela maschile in Arabia Saudita. Ogni donna saudita ha un tutore che in genere è il padre, il marito o il fratello, ma in alcuni casi anche un figlio, che ha potere decisionale sulla vita della donna.

A distanza di pochi giorni dall’arresto, il volto di Nafjan è apparso sulla prima pagina di uno dei quotidiani filogovernativi dell’Arabia Saudita. Accanto alla fotografia di Nafjan c’erano quelle di altre due attiviste: Loujain al-Hathloul, 29 anni, Aziza al-Yousef, 60 anni, le tre donne sono viste come icone di punta della nuova generazione femminista saudita. Nelle foto, ciascuna donna era bollata con la scritta in rosso  “traditrice”. 

L’accusa del governo saudita nei confronti delle attiviste è di “sabotaggio della sicurezza e della stabilità del regno” sostenendo elementi ostili all’estero. In Arabia Saudita, il tradimento spesso è punito più severamente dell’omicidio: se condannate le tre donne rischiano fino a 20 anni di carcere o la pena di morte.

Il 7 marzo, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha invitato Riad a rilasciare le donne e altri attivisti. La dichiarazione è stata firmata da 36 paesi, compresi i 28 stati membri dell’Unione Europea.
Forse è anche grazie alla risonanza internazionale del caso che le 11 donne potranno seguire il processo a piede libero.

Nei mesi scorsi era andata diversamente. La attenzione internazionale aveva eccitato i loro aguzzini. Come ha scritto un utente di Twitter, @hw_saudiwomen, una donna è stata ripetutamente toccata in modo inappropriato e al contempo le dicevano che si trattava di una punizione per i suoi contatti con Human Rights Watch, Amnesty International o l’Onu.

La Commissione per i diritti umani dell’Arabia Saudita ha letto le segnalazioni di Amnesty International riguardanti le torture alle attiviste e una delegazione si è recata in prigione a visitare Loujain al-Hathloul che ha riferito loro quanto era accaduto.  La giovane donna ha domandato ai delegati se fossero in grado di proteggerla da ulteriori torture e la risposta è stata: “No, non possiamo”.

Il principe ereditario Mohammed bin Salman, sospettato di essere il mandante dell’uccisione del giornalista dissidente Khashoggi sarebbe dietro il processo alle femministe. Saud al-Qahtani, ex consigliere del principe ereditario, sarebbe stato presente ad almeno uno degli interrogatori in cui una delle tre attiviste è stata torturata e maltrattata.

La Cia ritiene che al-Qahtani da Riad abbia gestito l’omicidio di Khashoggi. Da allora, è nella black list, persone a cui non è più consentito entrare negli Stati Uniti. Mohammed bin Salman ha affermato che gli arresti “Non avevano nulla a che fare, al 100%, con le campagne a favore dei diritti delle donne”.

Nell’ottobre 2018, il principe ereditario a Bloomberg aveva dichiarato che il governo saudita era in possesso delle prove, inclusi video e registrazioni di telefonate, che le donne avevano fornito servizi di spionaggio internazionali attraverso delle informazioni.

Le indagini, secondo Mohammed bin Salman, avevano mostrato chiaramente che le tre attiviste erano coinvolte in “attività di intelligence contro l’Arabia Saudita”. “Hanno una rete, un collegamento con gente del governo, fanno trapelare informazioni a vantaggio di questi altri governi”, aveva dichiarato il principe ereditario e aggiunto che c’erano dei video in cui le donne parlavano con agenti dei servizi segreti stranieri. “Possiamo mostrarveli, domani vi mostreremo i video”, aveva promesso ai giornalisti di Bloomberg. Parole che non hanno mai avuto un seguito né per i video né per i tabulati telefonici. 

Intellettuali come l’editorialista del New York Times Nicholas Kristof, per diverse settimane hanno chiesto di candidare Loujain al-Hathloul al Nobel per la pace. Ma è possibile che proprio questa attenzione possa comportare una veloce condanna delle donne così che scompaiano dalla scena pubblica.

Il fratello di Hathloul ha dichiarato che la sorella ancora non ha potuto rivolgersi a un avvocato e che il processo si svolgerà davanti a una corte che si occupa di casi di terrorismo. Secondo quanto dichiarato dal fratello, Hathloul fino al giorno dell’udienza non era stata informata delle accuse.