Il giro di affari degli scafisti: “la mente crudele” degli sbarchi

Pubblicato il 10 aprile 2011 11:32 | Ultimo aggiornamento: 10 aprile 2011 11:33

ROMA – Chi guadagna veramente dagli sbarchi e dal continuo afflusso dei clandestini in Italia? A fare soldi e affari sono gli scafisti che organizzano il trasporto dei migranti verso le coste italiane. Si fanno pagare molto e ne ricavano molto. C’è un vero e proprio giro sulle coste tunisine, una sorta di organizzazione a scala piramidale, malavitosa, che controlla le partenze.

Giuseppe Sarcina del Corriere della Sera, racconta come funzionano le cose sulle spiagge tunisine. Una premessa: gli scafisti in questo periodo sono molto nervosi perchè è vero che gli affari gli stanno andando bene, ma la cosa non diurerà a causa dei respingimenti, dei rimpatri, dell’inasprimento delle norme.

Il racconto di Sarcina si svolge proprio su una spiaggia tunisina, dove il giornalista si è recato per vivere e commentare il viaggio dei clandestini verso le coste italiane. La fila verso le imbarcazioni è lunghissima, i controlli inesistenti.

Il giornalista è stato aggredito, come già successo ad altri colleghi, per aver voluto raccontare forse qualcosa di troppo. In realtà gli scafisti volevano il suo cellulare per timore che avesse scattato delle foto compromettenti.

«Il telefono, ti ho visto, hai fatto le foto, dammelo, fammi vedere», è un francese smozzicato che mi investe insieme alla saliva di una piccola folla rabbiosa. Arrivano a grappoli, ma il telefonino non lo mollo. Forse sbaglio, ma penso che lo farebbero a pezzi e poi farebbero qualcosa del genere anche a noi. Dobbiamo, invece, dimostrare che siamo «innocenti», che non abbiamo fatto alcuna foto (cosa vera per altro per un elementare principio di cautela). Parlo, cerco di prendere tempo. Ma mi vedo davanti una testona rasata piantata sopra un bisonte che viene verso di me muovendosi come un boxeur, saltella da un piede all’altro e accompagna bene con le spalle. Guarda che situazione, ci mancava solo questo che crede di essere Joe Frazer.

Per fortuna (è una legge della natura), anche il branco più ottuso è guidato da un cane pastore. Il nostro indossa un maglione bianco e ha l’espressione civile del 99,99% dei tunisini che abbiamo conosciuto e apprezzato nelle ultime settimane. Il bisonte, intanto, con una mossa a sorpresa si attacca ai miei pantaloni di cotone e li strappa fino all’altezza del ginocchio. Gioco la mia carta, mi rivolgo al giovane in maglione bianco e propongo: «Andiamo solo io e te là in fondo e ti faccio vedere che non ho fatto foto». È andata. Cinque minuti dopo siamo in macchina. Solo ora mi accorgo che Mouldi ha preso una manata in faccia e si tiene la guancia. Ma, svoltato l’angolo piano, piano riprende a sorridere. Meno male, va.

Questo uno stralcio del racconto di Giuseppe Sarcina. Un episodio significativo che fa capire come sulle spiagge tunisine comandano loro, gestiscono loro, si fanno pagare tanto, promettono molto, fanno viaggiare in condizioni disumane. Sono gli scafisti il vero fulcro dell’ondata di profughi e clandestini, sono loro i più spietati, coloro per cui le pene andrebbero inasprite ulteriormente. Per i clandestini la situazione è diversa, pagano, con soldi guadagnati o racimolati chissà come, e partono, sperano.