Buste paga: 40 euro in più da luglio. Solo fino a 26 mila lordi. Effetto zero su economia italiana

di Lucio Fero
Pubblicato il 2 Ottobre 2019 9:31 | Ultimo aggiornamento: 2 Ottobre 2019 12:02
Buste paga dei lavoratori: 40 euro in più da luglio. Solo fino a 26 mila lordi. Effetto zero su economia italiana

Ci sarà l’aumento in busta paga? (Foto d’archivio Ansa)

ROMA – Buste paga: 40 euro in più da luglio 2020. Solo per chi guadagna non più di 26 mila euro lordi. E’ questa la traduzione in soldi concreti del cosiddetto taglio del cuneo fiscale. Il governo ci mette 2,5 miliardi nel 2020 il doppio nel 2021: fanno 40 al mese per sei mesi nel 2020 e sempre quaranta al mese ma per tutto l’anno nel 2021.

Che effetto fa questo po’ di tasse in meno sulle buste paga, sul lavoro? Che effetti fa all’economia italiana, alla produttività, alle aziende, alla capacità di produrre manufatti, servizi, ricchezza? Lasciamolo dire al governo stesso, fa l’effetto di un buffetto di incoraggiamento: 0,1 per cento del Pil in più.

Fa così poco effetto perché, diciamolo anche se è politicamente quasi indicibile, laggiù dalle parte dei bassi redditi (fino a 26 mila lordi annui) di tasse se ne pagano già pochine. La pressione fiscale è altrove e lo choc fiscale di cui avrebbe bisogno l’economia italiana non si può fare, non si può indurre con 2,5 mld o 5 che siano l’anno di sgravio. I cinquanta miliardi in meno di tasse di Salvini erano una balla, ma questi sono platealmente pochi.

Ma di più non possono essere, non almeno nelle coordinate culturali, politiche, di propaganda e ideologia, percezione e umori della politica e della società italiana.

I miliardi da destinare al calo delle tasse sul lavoro e sull’impresa non possono essere di più perché c’è il tabù dell’Iva intoccabile. Perché intoccabile? Perché chi la tocca perde voti. E tutta la politica italiana (tutta, quella di prima e quella di adesso) preferisce di gran lunga perdere soldi che perdere voti. Quindi Iva non si tocca e fa 24 miliardi da destinare a tenerla immobile, immobile in ogni sua parte. E’ il dogma primo e fa curioso assai vedere premier Conte farsi orgoglioso di aver bloccato aumento Iva che premier Conte (del governo di prima) aveva sottoscritto in forma di cambiale.

Iva non si tocca costa 24 miliardi, la Ue per nulla arcigna e assetata di sangue italico consente all’Italia di sottoscrivere e andare in deficit di altri 14 miliardi. Altri, perché sono anni che altro che austerità: la flessibilità rispetto alle regole di bilancio vede l’Italia praticamente abbonata. Si va al deficit 2,2 del Pil (uguale a quello del governo di prima) e fa 14 miliardi appunto. Conti: 24 mld per l’Iva, 14 mld si pagano a deficit, ne mancano ancora 10 e solo per l’Iva.

Sette, ben sette il governo dice li farà pagare agli evasori fiscali. Difficile crederci, ma crediamoci. Siamo a 14 più 7 e fa 21. Ne mancano ancora 3. Dice governo un paio di miliardi li trova da meno spesa. Un paio di miliardi sul totale della spesa pubblica sono spiccioli. E comunque così si arriva a 23 miliardi.

Praticamente fine della storia. Non ci sarà né taglio né aggressione nemmeno a una parte consistente delle agevolazioni fiscali sparse per ogni anfratto della società: 150/180 miliardi. Non c’è coraggio né volontà politica di spostare davvero il peso delle tasse da spalla a spalla. Ci si limita a provare di togliere un etto di peso qua, due etti là…

Non ci sarà (non c’è mai) autentica revisione della spesa pubblica. La gente non vuole, quindi politica non fa. Le leggi di Bilancio italiane devono rispondere da tempo ai seguenti requisiti. Uno: non si tocca la spesa pubblica né in assoluto né in dettaglio, si deve spendere come l’anno prima (possibilmente un po’ di più) e soprattutto come l’anno prima non solo in quantità ma anche in tipo di spesa e le destinazioni di spesa sono diritti acquisiti. Due: compito, banco di prova, lavoro e qualità e missione e senso dei governi in economia è distribuire e redistribuire la torta che c’è. L’aumento dell’entità della torta è di fatto fuori competenza perché tentarlo vuol dire forte rischio di perdere voti.

Quindi terza caratteristica quasi obbligatoria delle leggi di Bilancio: prendere un po’ per i fondelli una pubblica opinione e una platea elettorale consenziente alla presa…diciamo al miraggio. Quota 100, in pensione a 62 anni doveva creare tre posti di lavoro per ogni nuovo pensionato. Mai visti, anzi. Aumentate le ore di lavoro pro capite, come a dire tutto il contrario di nuovi assunti. Diciotto miliardi di privatizzazioni aveva giurato, anzi scritto nero su bianco il governo Salvini-Di Maio-Conte. Neanche un euro è arrivato. Era fin dall’inizio una consapevole bugia.

Così come una consapevole bugia è che la manovra del governo Conte-Di Maio-Zingaretti-Renzi sia come si dice “espansiva”. Se vuoi espandere l’economia, andare in direzione anti ciclica rispetto a stagnazione già qui e recessione possibile devi spendere per investimenti e non per assistenza sociale, spostare tasse dalle spalle del lavoro a quelle dei consumi, convertire meno spesa pubblica in meno fisco davvero e non solo per i redditi fino a 26 mila euro. Il contrario di quello che fanno i governi, più o meno tutti. Ma perché dovrebbero fare altrimenti? La gente, la pubblica opinione, l’elettorato tutto chiede tranne manovre di bilancio davvero “espansive”. 

Nota bene: tutto ciò che circola su manovra e legge di bilancio sarà realtà quando ci sarà manovra e legge di bilancio, cioè tra due mesi. Ticket sanitari, buste paga e tutto il resto sono per ora fondate ipotesi, fondate su numeri e intenzioni forniti dal governo. Ipotesi fondate ma non fatti. Il sistema della comunicazione dovrebbe saperlo, forse lo sa, comunque se ne frega di saperlo.