Manovra: passata la bufera, il taglio alle pensioni. La Lega lo sa

Pubblicato il 9 Settembre 2011 12:36 | Ultimo aggiornamento: 9 Settembre 2011 13:27

ROMA – Sulle pensioni, la partita non finisce qui. L’anticipo di due anni imposto nell’ultima manovra all’adeguamento dell’età pensionabile delle donne a quella degli uomini, non può bastare. E la Lega lo sa. Sul muro che ha eretto contro qualsiasi tentativo di modifica del sistema pensionistico, una fessura si sta già allargando e per metà ottobre, quando è previsto il varo della legge di stabilità, quella fessura sarà diventata una breccia. Lo impone la logica dei numeri, prima ancora dell’opportunità politica. Si può continuare a dire che noi la riforma l’abbiamo fatta, che è la migliore d’Europa, ma i conti non tornano lo stesso.

I dati snocciolati sul Corriere della Sera da Alberto Brambilla, presidente del Nucleo di Valutazione della Spesa Previdenziale al Ministero del Lavoro, sono illuminanti. I contributi versati non bastano, “c’è chi ha vissuto a sbafo per vent’anni”, commenta il quotidiano Libero. A sbafo no, è inutile e controproducente criminalizzare chi esercita un diritto. Al contrario, accusare qualsiasi riforma di furto, è inaccettabile, quelli non sono tutti soldi “loro“. L’analisi contabile di Brambilla è chiara in merito: su 23,4 milioni di assegni previdenziali, circa 9 milioni sono integrati a spese del contribuente, “perché i beneficiari non sono riusciti in 65 anni di vita a mettere insieme un numero sufficiente di contributi per raggiungere almeno la pensione minima”. E quei 9 milioni diventeranno tra qualche anno 16.

Il deficit evidenziato è la radiografia di uno squilibrio strutturale. I contributi versati non combaciano con gli anni effettivi di pensione. Facciamo un esempio. Un dipendente pubblico che è andato in pensione tra il 1970 e il 2005, durante la sua vita lavorativa aveva accumulato un “montante” contributivo pari a quasi 15 anni di vita. Cioè, i suoi contributi pagavano un quindicennio di vita inattiva. Andando in pensione a 65 anni la sua aspettativa di vita era di 19 anni (somma tra la sua vita residua e quella del coniuge superstite): quindi la differenza di quattro anni era a carico dello Stato. Se poi l’entrata in pensione era anticipata a 58 anni, l’aspettativa di vita era di 25: il surplus per lo stato è di dieci anni. Abbastanza simile il trattamento dei dipendenti privati: a molti lavoratori autonomi andati a 58 anni in pensione lo Stato copriva addirittura 20 dei 25 anni di vita residua attesa. Con l’attuale sistema contributivo, dopo l’interregno del sistema misto, il pensionato del 2035 si pagherà 24 dei 25 anni di vita residua attesa.

Questo è il nodo, lì serve la forbice.  L’idea del Pdl sarebbe quella di eliminare definitivamente le pensioni di anzianità. Più realisticamente, si aprirà una trattativa per agganciare la previdenza alla delega sull’assistenza e trovare un compromesso con il più disponibile Maroni facendo leva sul ripristino del suo scalone. In pratica: 62 anni di età e 35 di contributi (somma di età anagrafica e contributiva, 97) per poi arrivare a quota 100 nel 2015 o 2016. L’ordine di scuderia è per tutti non parliamone nemmeno (Lega, Pd, sindacati) ma sotto sotto un terreno di confronto, non appena il capitolo manovra sarà archiviato, forse è stato già individuato.