Editoria internet: il paywall nel futuro dei quotidiani on line?

Pubblicato il 15 Settembre 2010 2:58 | Ultimo aggiornamento: 15 Settembre 2010 2:58

Si chiama Paywall, e dietro questo anglicismo di difficile traduzione italiana, letteralmente vuole dire “muro di pagamento”,  si cela lo stratagemma che dovrebbe salvare il mondo dei quotidiani in linea. Il concetto è semplice: far pagare per leggere il giornale on-line che fino al giorno prima si leggeva gratuitamente da casa o dall’ufficio. Prima entravi nel sito liberamente, in futuro dovrai superare un muro di cinta e per superarlo dovrai pagare.  Difficile, secondo molti, da far digerire, ma qualcuno, dei più coraggiosi, si è già lanciato nella impresa.

Una analisi articolata e interessante alla prospettiva del Paywall è stata postata sul sito americano Gawker, il cui editore e direttore, Nick Denton, è uno che di economia dell’informazione applicata a internet capisce parecchio. In passato fanaticamente ostile all’internet a pagamento, in questa analisi ha assunto una posizione più morbida.

Il punto di partenza è l’ovvio: la carta stampata vive da anni una profonda crisi. Per qualche tempo ci si è aspettato che Internet potesse strappare i quotidiani fuori dalla palude delle perdite. In molti casi, questo non è avvenuto e oggi sono numerosi i grandi e piccoli gruppi editoriali che si trovano a far fronte a riduzioni di personali e cure dimagranti varie (evento eclatante è stata la recente vendita di Newsweek da parte della Washington Post Company).

D’altro canto, è anche vero che personaggi come Rupert Murdoch non si lanciano nell’editoria per avventurismo o per vantare una quota in una vetrina buona. E’ stato il Times di Londra, la nave ammiraglia della flotta murdochiana – la News Corporation, una delle media company più grandi e potenti del mondo – a lanciarsi, primo fra i giornali generalisti di peso (lo hanno preceduto solo il Wall Street Journal e il Financial Times), nell’avventura del Pay Wall.

E ad oggi le cose non sembrano andare malissimo. L’inizio è stato, malgrado lo scossone iniziale, promettente. Le ingenti perdite di lettori previste, fino al 90 per cento, non si sono verificate. Secondo le rilevazioni della società americana indipendente ComScore, il traffico sui siti del Times e del giornale della domenica  Sunday Times è sceso solo del 27 per cento in luglio.

Nei prossimi mesi, il futuro del Paywall sarà certamente più definito. Si capirà se l’esperimento prenderà radici, e l’espediente diventerà un perno del panorama giornalistico venturo. A gennaio ne è prevista l’introduzione nel prestigioso New York Times. Il presidente del quotidiano newyorchese Arthur Sulzberger, ha già precisato che la compagnia naviga a pieno regime verso l’introduzione del sistema. Interessante notare che Sulzberger si è anche premurato di aggiungere che «se si scoprisse che stiamo provando qualcosa che non funziona, potremmo anche cambiarlo».

Lo scetticismo sull’operazione è d’obbligo, non solo per Sulzberger. Molti sostengono infatti che solo un leviatano industriale come Murdoch può permettersi di assorbire, grazie alle altre navi della flotta, le inevitabili perdite del breve medio periodo. Resta il fatto, inoltre, che i pubblicitari saranno nel futuro prossimo sempre meno disposti a comprare spazi che hanno, fisiologicamente, sempre meno lettori.

Il Paywall resta una parte dell’avvenire del giornalismo. Quando le notizie smetteranno di essere stampate ed esisteranno solo nell’on-line (potrebbe non avvenire subito, ma succederà), quel giorno i profitti delle pubblicità non saranno sufficienti per la sopravvivenza dei grossi calibri del giornalismo.

Conclude Gawker: la pubblicità può bastare per imprese come la costellazione di blog di Gawker, ma non sarà mai sufficiente per sostenete costose macchine come il New York Times.