Petrolio/ Il prezzo sale a 60 euro al barile. Speculazione o aumento dei consumi?

Giancarlo Usai (Scuola di Giornalismo Luiss)
Pubblicato il 13 maggio 2009 17:56 | Ultimo aggiornamento: 13 maggio 2009 17:56

Il prezzo del petrolio sale e supera i 60 dollari al barile. Un dato significativo, se si pensa che dal novembre 2008 non si raggiungevano valori simili. Cifre certamente lontane dai record dello scorso luglio, quando il greggio era arrivato a costare 147 dollari al barile, ma che comunque danno un segnale di inversione di rotta rispetto alla flessione dell’ultimo semestre. Gli analisti del settore hanno già cominciato a dibattere sui motivi di questa corsa al rialzo.

Per alcuni la spiegazione sta nel deprezzamento del dollaro, per altri nella ripresa economica che ha spinto recentemente la Cina ad aumentare, a partire da aprile, le importazioni di greggio e di altri prodotti petroliferi. Indipendentemente dalle cause che hanno spinto Pechino a incrementare in questo modo la domanda, il dato ufficiale parla da solo: la Cina ha aumentato le importazioni nel settore del 14 per cento rispetto al 2008. E per un aumento del prezzo per barile, c’è ovviamente anche un aumento dei carburanti. In Italia, benzina e diesel vedono adeguare i loro prezzi alla nuova situazione. E così, anche le due compagnie, che si erano sempre mantenute a distanza dalla strategia al rialzo delle dirette concorrenti, dal 12 maggio si sono schierate sulla stessa linea. Sia Esso che Shell, infatti, hanno rivisto i costi di benzina verde e gasolio, portandoli allo stesso livello degli altri distributori. Ora, un litro di verde costa 1,256 euro, mentre se si tratta di gasolio la quota è di 1,104 euro.

Di parere diverso a chi parla di ripresa globale è Pasquale De Vita, presidente dell’Unione petrolifera: «Altro che fattore “Cina”, l’aumento del prezzo del petrolio è dovuto a una nuova ondata di speculazioni. Non c’è altro modo per spiegare lo sfondamento del muro di 60 euro, dato che l’economia mondiale è sempre in crisi, i consumi restano depressi e la produzione è comunque abbondante».