Genova, ponte di Piano, modello di Bucci, impresa che spaventa i politici nel libro di Manzitti

di Marco Benedetto
Pubblicato il 6 Dicembre 2020 7:53 | Ultimo aggiornamento: 1 Dicembre 2020 8:03
Genova, ponte di Piano, modello di Bucci, impresa che spaventa i politici nel libro di Manzitti

Genova, ponte di Piano, modello di Bucci, impresa che spaventa i politici nel libro di Manzitti

Genova, Renzo Piano e Marco Bucci hanno sfatato la leggenda dei genovesi capaci solo di mugugnare. Costruendo il nuovo ponte sul Polcevera a due anni dal crollo.

Genova ha dimostrato al mondo che chi vuole può, burocrazia permettendo. Grazie al Modello Genova. Che giustamente per loro i politici hanno bocciato in blocco. Lascia troppo poco spazio a spartizioni e ruberie.

Franco Manzitti ha ripercorso l’epopea, in 141  pagine di un libro emozionante e bello a leggere e sfogliare. Bellissime fotografie, interviste, interventi, cronache. All’inizio, l’elenco dei mille che hanno realizzato il nuovo ponte, alla fine, il modello Genova nero su bianco. L’alfa e l’omega di una impresa unica nella storia d’Italia.

Non è stato un miracolo. È stato il risultato di un insieme di elementi. Nessuno frutto del caso ma di una serie di scelte intelligenti. Coagulati da uno sforzo di volontà che se non volete definire titanica, ammettete almeno che ferrea lo è stata. Per un genovese della diaspora, quale umilmente sono, è motivo di ritrovato orgoglio.

Genova un melting pot da sempre

Genova è un melting pot etnico fin dalle origini. Da quando ai primissimi abitanti liguri, sostrato etnico di mezza Europa, si sovrapposero i mercanti fenici in cerca di espansione oltr’Alpe. Da quell’angolo di spiaggia che oggi è il Mandraccio e dall’impervia collina che oggi è il Castello, partivano le carovane di muli a portare le merci dell’Oriente in Francia e in Germania.

Antichi genovesi, liguri dell’entroterra, piemontesi del sud e dell’Appennino, sardi, e in tempi più recenti i meridionali della prima migrazione verso le grandi industrie nel primo ‘900. I camalli anticamente non erano genovesi ma bergamaschi. Un mio bisnonno era un romagnolo congedato dai Cacciatori delle Alpi di Garibaldi. Da questo miscuglio di sangui è venuto questo strano popolo, conservatore e comunista, costante negli affetti e indolente nei modi. Su tutto domina una lingua meravigliosa e armoniosa, madre di altre quattro lingue europee: piemontese, francese, spagnolo, portoghese. E un accento terribile, la cócina, che ti trasmette un senso di abbandono, di desolazione, di sconfitta.

Taglio sulla paga per il diritto al mugugno

Chi conosce Genova e i genovesi conosce quel fondo perverso di lamento e autocommiserazione che è padre del mugugno impotente e corrosivo. Dice la leggenda che i marinai della grande Repubblica accettavano una lira di meno sull’ingaggio in cambio del diritto di mugugnare. Andare per mare non è mai stata un’impresa piacevole. In più, le città di mare sono per loro natura sfruttatrici e parassite, anche se con loro e i commerci che da loro passavano si è sviluppata la ricchezza del mondo. Cos’è un pezzo d’ambra se non la trasporti dalle sponde del Mare del Nord all’Oriente, passando per il Reno, Aquileia, Corfù, la Grecia?

Ma nei millenni i genovesi hanno dimostrato di avere una marcia in più, e coraggio da vendere, uscendo dal mare di casa alla ricerca di nuove rotte e nuovi mercati. Non solo a oriente, contro i veneziani e con le Crociate. Ma a Ovest, prima sulle rotte del Mediterraneo, verso la ex  Gallia Narbonese e la Spagna. Poi oltre le colonne d’Ercole. Fin su in Inghilterra. Colombo alla scoperta dell’America, i genovesi con Vasco de Gama. Privi di un forte stato territoriale e unitario alle spalle, grazie al Papa e a Carlo Magno, andarono a servizio, come dopo l’ultima guerra nel Nord Europa. Ma furono la loro intelligenza, la loro determinazione, il loro coraggio a aprire all’Europa le rotte dei nuovi mondi.

Bucci non è Usodimare ma lo spirito è genovese

Ora non voglio paragonare Piano a Colombo e Bucci a Antoniotto Usodimare. Né Manzitti a Luis de Camoes. Ma un po’ di quello spirito è ritornato con loro e gli altri mille (altro nome magico per Genova) che hanno fatto l’impresa.

Data di partenza la vigilia di Ferragosto del  2018. Crollo del Ponte Morandi. Seguirono mesi tremendi, fra indagini,  polemiche, sequestri. E anche tante scemenze, come il progetto di ponte dell’amico di Beppe Grillo. Poi si fece avanti Renzo Piano, che è anche amico di Grillo. Da allora Grillo si è zittito e il nuovo ponte è andato avanti.

Considero Renzo Piano, che è genovese, l’unico vero grande architetto italiano. A dimensione mondiale. Esordì giovanissimo a Parigi col Beabourg. Ho trovato tracce  del suo genio a Osaka (aeroporto) e New York (N.Y.Times e Morgan House), Torino (Lingotto) e Berlino(Postdamer Platz). Questo nella mia esperienza diretta fuori Italia. Credo invece che lavorare in Italia (Auditorium di Roma e chiesa di Padre Pio a San Giovanni Rotondo) non sia una memoria confortante.

Nel ponte di Genova il genio di Renzo Piano

E una nuova definitiva prova del genio di Piano è il disegno del nuovo ponte. Semplice, essenziale come sempre le cose più belle, in acciaio che sfida il tempo e le intemperie.

Ma Piano non basta per realizzare il nuovo ponte in poco meno di un anno dalla decisione di farlo. Ci voleva un fatto quasi unico in Italia, la deroga alla serie di vincoli che sono fra le cause del minore sviluppo italiano. Vincoli giusti, essenziali in nome della moralità. Ma di moralismo e di moralità si può anche morire. Sempre col dubbio che l’eccesso di vincoli e regole sia propedeutico a spartizione e corruzione.

E sempre con un caveat, che il libro di Manzitti mette bene in evidenza. Qui non è stato come ai tempi del liberi tutti di Berlusconi, con i ben noti risultati della Maddalena e dell’Aquila e del Nuoto. Qui tutto si è svolto nel massimo dei controlli di fatto, con la Procura della Repubblica in presa diretta.

I mille che fecero l’impresa

Oltre a Piano ci voleva il realizzatore, un altro genovese, il sindaco Marco Bucci. Vero è che sopra tutti stava un tosco-lombardo, il super commissario e presidente della Regione Liguria Giovanni Toti. Ma non credo abbia fatto molto, oltre a essere ombrello e parafulmine, ruolo peraltro decisivo, per fare procedere l’esecuzione nei  tempi dovuti.

E in mezzo, fra Piano e Bucci, gli altri 998 fra ingegneri e operai, tecnici e disegnatori, che, ciascuno nel suo ruolo, hanno fatto il ponte. Trionfo dell’intelligenza, trionfo della volontà, trionfo di un’opera collettiva dell’ingegno se ce ne è una.

Il Modello Genova fa paura ai politici

Creatività e esecuzione non sarebbero bastate, senza la cornice del metodo o Modello Genova. Che non è violazione o annichilimento delle leggi ma la loro applicazione in modo efficace e concreto. Sono 5 pagine fitte fitte di regole e collegamenti, inclusa la tutela ambientale e il filtro contro i mafiosi. C’è tutto. Stupisce il fatto che i politici (o i tecnici che dei politici tirano i fili) lo abbiano bocciato. Nessuno ha reagito, nessuno si è indignato, la sinistra ha taciuto. Forse solo per invidia, perché Toti e Bucci vanno sotto etichette di destra.

La bocciatura del Modello Genova lascia l’amaro in bocca. Franco Manzitti ha fatto molto bene a chiudere il libro con quel documento. È ben più di un documento, è un atto d’accusa senza appello.

 Franco Manzitti, “La rinascita di San Giorgio”, De Ferrari Editore.