Geolier, il fischio che non ha avuto

Geolier il napoletano e il meridionale bersaglio di rutto tribale sotto forma di fischi a Sanremo. Ma c'è un fischio che non ha avuto, eppure lo avrebbe meritato, se solo la società detta civile non fosse ormai declinante minoranza...culturale.

di Lucio Fero
Pubblicato il 12 Febbraio 2024 - 09:29
geolier

Geolier a Sanremo FOTO ANSA

I fischi partiti e lanciati contro il napoletano e meridionale Geolier sono un rutto tribale. Tribalismo a attitudine al rutto sociale che colonizzano non solo le curve da stadio ma anche fila e fila della platea del teatro Ariston e anche tribune e spalti dei social e anche la comunicazione di non poco ceto politico e anche il sentir comune di…”tanta gente che lavora”. Un rutto tribale malamente mascherato da intolleranza al dialetto in una canzone. Questi i fischi che Geolier ha ricevuto, di questa materia melmosa sono fatti. Ma c’è un fischio che Geolier non ha avuto, da nessuno. Eppure lo avrebbe meritato, in solido con la gran parte del sentir comune del senso comune, comune e diffuso. Comune come l’ignoranza militante e orgogliosa.

Eccolo Geolier (dal Corriere della Sera): “Le proteste vengono dal popolo e il popolo ha sempre ragione. Penso sia giusto, anche se non so bene la questione”. Parla dei trattori, ma lo schema concettuale alla Geolier va ben oltre, è quasi universale. E di questo schema Geolier non ha nessuna responsabilità individuale, tanto meno paternità. Semplicemente, lo adotta. E lo canta. Il canto della “mejo demagogia”. Non sapere di che si tratta, non ce n’è né voglia civile né percepita necessità intellettiva. Battezzare “popolo” qualunque interesse organizzato, battezzare diritto qualunque bisogno e volontà, identificare popolo e gente, gente e lobby, ignorare che popolo è tale solo e soltanto all’interno delle regole istituzionali, altrimenti è parte e non popolo, parte spesso prepotente. Avere come unica bussola di civismo gli Stati, i governi, le istituzioni, la cosa pubblica e l’occuparsene come “imperi e terre del Male” e la protesta come forma incarnata del Bene. L’anti sistema come dogma e precetto. La semplificazione piallatutto come supremo e al tempo stesso minimo uso della razionalità.

Adesione e dedizione al “fatti non foste per seguir virtute e canoscenza”. La “virtute” civica sprezzata come tradimento della lobby di appartenenza e “canoscenza” poi bollata come competenza altrui di cui sospettare perché, si sa, la competenza e la complessità sono imbrogli per manipolare le menti e le genti semplici. E infine la piena ingenuità sommamente proterva: il non so ergo dico. Non so di che parlo, dunque parlo e ne giudico. Nessun fischio per questo Geolier, nessun fischio perché questo Geolier parla la lingua e canta la canzone della grandissima parte della nostra società…civile.