Giornalisti, vil razza…Tucci, ex presidente Ordine Lazio: indagare a fondo

di Bruno Tucci
Pubblicato il 25 Maggio 2020 12:11 | Ultimo aggiornamento: 25 Maggio 2020 12:11
Giornalisti, vil razza...Tucci, ex presidente Ordine Lazio: indagare a fondo

Giornalisti, vil razza…Tucci, ex presidente Ordine Lazio: indagare a fondo

Giornalisti: guardiamoci dentro. Inutile negarlo: c’è sconcerto nel mondo giornalistico. Ed anche il sottoscritto che ne fa parte da oltre 60 anni rimane esterrefatto. Si parla (ma è tutto da stabilire) di “giornalisti spazzini”, di cronisti che scrivevano quel che gli dettavano i pubblici ministeri. Insomma, è una inchiesta che riguarda soprattutto la magistratura divisa al suo interno e lacerata da polemiche violentissime.

Non vogliamo entrare nel merito dei fatti, perché di questi si occuperà la Giustizia (quella con la G maiuscola). Ma vedere in prima pagina su alcuni giornali intercettazioni che provano in un certo qual modo questa complicità lascia perplessi. E fa nascere spontaneamente una domanda.

Vogliamo guardarci all’interno di modo che nessuno (ripetiamo nessuno) possa mai mettere in dubbio quel che riferisce un giornalista in un pezzo di cronaca, in un reportage in una inchiesta? Permettetemi di scriverlo anche in base alla mia esperienza personale avendo guidato come presidente per 18 anni l’Ordine del Lazio, forte di 21 mila iscritti.

Non è semplice, credetemi, iniziare un processo disciplinare nei confronti di un collega che magari conosci da moltissimo tempo. Non è semplice ed è anche imbarazzante. Però, se si vuole fino in fondo rendere credibile il giornalismo non bisogna arretrare mai, altrimenti nessuno ti crederà più in futuro.

La nostra è una professione esaltante ma insieme delicata. A volte si deve scrivere un fatto che il giorno seguente leggeranno decine di migliaia di persone. Allora, va bene il coraggio di non arretrare mai dinanzi ad una notizia anche se scomoda, ma è necessaria pure tanta prudenza.

Ricordo con ironia quel che si diceva anni fa a proposito del manuale Cencelli e dei colleghi che lavoravano alla Rai. Governava il pentapartito e quindi la battuta aveva un terreno facile. Di dieci colleghi- si raccontava- quattro erano Dc, due del Psi, uno rispettivamente di area vicina al Pri, al Psdi e al Pli e finalmente uno bravo. Scherzavamo fra noi, ma si rideva sulla barzelletta non sulla serietà della professione che oggi qualcuno mette in dubbio.

Tutto questo nasce in un contesto “rivoluzionario” della carta stampata. Direttori di importanti testate sono stati licenziati in tronco, altri sono entrati tra le rimostranze delle redazioni. In più, non dimentichiamoci la crisi che sta attraversando il mondo della carta stampata. Fino a qualche anno fa il numero delle copie vendute si avvicinava molto ai sei milioni al giorno. Ora la cifra è spaventosamente più bassa: due milioni. Colpa di chi?

Non certo dei giornalisti che hanno continuato a fare il loro dovere con caparbietà e grande senso di responsabilità. Ma in parte dei social che hanno invaso il mercato rendendo complicata la vita di un quotidiano. Che deve sempre più combattere con la freschezza di una notizia ed il suo essenziale commento.

Ma tutto ciò non può giustificare lo sconcerto che oggi coinvolge tutti noi: dal direttore del primo giornale italiano, al più giovane dei praticanti. Bisogna fare chiarezza. Ma questo compito non spetta a noi, ma alla magistratura nella speranza che tutto si chiuda in fretta e non si abbiano più dubbi di nessun tipo. Soprattutto i lettori (che sono i veri padroni del mercato) si sentiranno più tranquilli.