Tendenza Schettino: l’armatore e il comandante che consegnarono i marò

di Mino Fuccillo
Pubblicato il 12 Marzo 2012 13:36 | Ultimo aggiornamento: 12 Marzo 2012 17:30

ROMA – Tendenza Schettino…forse ce n’è un altro di comandante che, più o meno d’accordo con la compagnia armatoriale, di fronte ad una situazione grave e di emergenza ha tentato di metterci una “pezza”. Una pezza peggiore del buco, una pezza pericolosa e nociva che doveva salvare in primo luogo gli interessi privati e chiaramente economici dell’armatore, del proprietario della nave in questione. Tendenza Schettino…anche se le storie della Concordia Costa e della Enrica Lexie sono ovviamente incommensurabili per gravità e responsabilità, anche se si fa torto grave al comandante Umberto Vitelli ad avvicinarlo a Francesco Schettino, qualcosa di analogo nelle due storie c’è: un consulto tra comandante e armatore sul che fare, un consulto che partorisce nel caso della Concordia un ritardo nell’allarme e nell’abbandono nave e nel caso della Enrica Lexie la sciagurata decisione di invertire la rotta, tornare nel porto indiano di Kochi e consegnare di fatto i due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, alle galere del Kerala.

Scrive in una lettera aperta al Corriere della Sera il ministro degli Esteri Giulio Terzi: “Dal primo momento e cioè appena avuta notizia di quanto avvenuto in acque internazionali a Sud dell’India, ho dato parere negativo all’avvicinamento della nave in territorio indiano nonostante tale decisione non fosse competenza del ministro degli Esteri e ho continuato ad oppormi al trasferimento dei nostri marò a terra, cosa che è avvenuta solo a seguito di un’azione coercitiva della polizia indiana”. Ritorniamo a quelle ore e prendiamo per buona la ricostruzione del ministro Terzi. La Enrica Lexie è in alto mare, lontana dal porto di Kochi. Qualunque cosa sia avvenuta tra la nave e il peschereccio indiano in precedenza, la Enrica Lexie non è tenuta a rientrare in India e nulla e nessuno può riportarcela se non la decisione di invertire la rotta e di consegnarsi nel porto di Kochi. E’ stato raccontato senza smentite che la Guardia Costiera indiana avrebbe teso una trappola alla nave italiana: abbiamo catturato pirati, venite a riconoscerli. Se c’è stato inganno qualcuno ha deciso di cadere nella trappola, che valesse la pena correre il rischio. E’ questa la decisione cui il ministro Terzi racconta di essersi “opposto”. Ma chi e perché ha preso quella decisione? E come e perché ha potuto prenderla?

E’ stato raccontato finora senza smentita che al decisione di tornare nel porto indiano, di consegnarsi, è stata presa dall’armatore della Enrica Lexie e dal comandante Umberto Vitelli per non turbare i rapporti tra la compagnia armatoriale e i “clienti” indiani. Scelta comprensibile anche se dagli esiti nefasti. Scelta comprensibile anche se nei fatti sbagliata. Scelta fatta negli interessi dell’armatore che valuta l’opportunità di consegnarsi per evitare danni e ritorsioni in futuro. Ma armatore e comandante consegnando la nave agli indiani consegnano anche i due militari italiani alla polizia e alla galera indiane. Una volta in porto la polizia indiana fa “azione coercitiva”, lì in porto non si poteva che obbedire. Ma in porto si poteva non tornare. E allora qual era la catena di comando a bordo e chi comandava aveva il diritto e il potere di decidere sulla sorte dei militari? Militari impegnati in missione armata all’estero sotto la piena e totale discrezione di un armatore privato e di un comandante di una nave mercantile? Sembra di sì perché Terzi racconta di essersi opposto evidentemente senza che nessuno desse seguito alla sua opposizione. Il ministro degli Esteri italiano si oppone e qualcun altro può e fa altrimenti.

Chi si sia opposto e abbia fatto altrimenti Terzi non dice. Aveva voce in capitolo il ministero della Difesa italiana? Se sì, ha parlato? Se ha parlato non è stato ascoltato come è accaduto al ministero degli Esteri? Oppure Difesa ed Esteri italiani imbarcano militari su navi mercantili consegnandoli in toto all’armatore privato e alle scelte del comandante di nave mercantile che risponde in primo e totale luogo al suo datore di lavoro e non al governo italiano? Chi ha detto no a Terzi e con quale autorità? Il perché sia stato fatto, il perché la nave è stata consegnata e con essa i due militari è chiaro: un misto di ingenuità e mal riposta fiducia nelle autorità indiane ma soprattutto una logica commerciale da impresa privata. Su quella nave viaggiavano merci e merci fa viaggiare in quei mari la compagnia armatoriale, non ha interesse a inimicarsi gli indiani, ne va dei futuri legittimi e sacrosanti affari. Ma su quella nave viaggiano anche “pezzi di Stato italiano”, pezzi di Stato in carne e ossa e in divisa. Quando si è trattato di mettere su due piatti della bilancia il legittimo interesse commerciale e l’evidente e clamoroso interesse pubblico e di Stato, allora le ragioni private hanno pesato molto di più. Tanto di più da far ignorare il No del ministro italiano al rientro in porto come racconta appunto il ministro.

Dunque un governo che imbarca i suoi militari su navi mercantili senza avere gli strumenti, la garanzia e l’autorità per garantirli e proteggere anche dalle scelte dell’armatore e del comandante. Un governo cui si può dire di no e che non è in condizione di farsi obbedire, al massimo può esprimere “parere negativo” che può essere ignorato. E un armatore e un comandante che in buona fede scelgono ma scelgono tenendo conto e mettendo in conto soprattutto se non esclusivamente gli interessi commerciali della compagnia. Di questi ingredienti è fatto il drammatico pasticcio dei due marò: in galera per mesi se va bene per mano indiana ma come conseguenza dell’impotenza di governo e delle consultazioni e scelte private tra armatore e comandante. Tendenza Schettino…perché Umberto Vitelli è comandante serio e senza colpa mentre altrettanto non si può dire di Schettino, però sotto emergenza e sotto pressione in entrambi i casi e con effetti diversamente nefasti si è pensato e si è tentato di salvare prima di tutto gli interessi della Compagnia. Con il governo nel caso della Enrica Lexie a guardare impotente e ad ammonire inascoltato. Un’aggravante più che un’attenuante per il governo. E una pagina grigia anche se non certo colpevole nel libro di bordo delle responsabilità di chi arma e comanda navi mercantili italiane.