Di Maio: Convergenze programmatiche, non alleanze. Se era Renzi su Berlusconi…

di Riccardo Galli
Pubblicato il 22 gennaio 2018 10:47 | Ultimo aggiornamento: 22 gennaio 2018 14:48
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Matteo Renzi e Luigi Di Maio

ROMA – Di Maio: “Convergenze programmatiche, non alleanze”. Così, con queste letterali parole, con questa formula politica Luigi Di Maio candidato premier di M5S fortissimo nei sondaggi ha spiegato come il Movimento Cinque Stelle riuscirà a governare anche non avendo i seggi parlamentari necessari a far maggioranza da solo e al tempo stesso senza allearsi con nessun altro partito e forza politica. Come? Semplice: “Convergenze programmatiche, non alleanze”.

Facciamo un esperimento, facile facile: facciamo che Matteo Renzi dice la stessa cosa, proprio le stesse esatte parole: “Convergenze programmatiche, non alleanze”. L’avesse detto Renzi pari pari quel che ha detto Di Maio, la stampa tutta, la tv tutta e l’opinione pubblica tutta (o quasi) avrebbero letto in quelle parole un mascheramento della futuribile alleanza con Berlusconi. E l’avrebbero detto, eccome se l’avrebbero detto: i titoli e i commenti e gli articoli e i tweet e i blog e le indignate e deluse reazioni al patto di governo mascherato. Tutti o quasi avrebbero detto che “convergenze programmatiche e non alleanze” era politichese per non dire chiara e tonda la verità. Tutti avrebbero pensato e detto: caro Renzi, non ci fai fessi con le parole.

Invece l’ha detto Di Maio e alla stampa tutta, alla tv, alla pubblica opinione (quasi tutta) è un piacere farsi prendere per fessi. Quel che ha detto Di Maio è discretamente privo di senso concreto. Per fare un governo non ci vogliono “convergenze programmatiche” ogni tanto. Cioè in Parlamento qualcuno che vota a favore di una tua legge perché d’accordo su quel punto (ad esempio Grasso-Boldrini che votano sì al reddito di cittadinanza di Di Maio o Salvini che vota sì sullo svuotamento dell’obbligo dei vaccini). Per fare un governo ci vuole un voto di fiducia alla nascita del governo stesso. Voto di fiducia che viene concesso ed espresso solo se c’è un’alleanza politica e di governo appunto.

Lo sanno (lo sanno?) tutti i giornalisti ma se Di Maio fa finta di non saperlo, fanno finta anche loro, in blocco. E anche la gente, la mitica gente, pronta a scartavetrare ogni inciucio, la gente cui fa “schifo” che in Parlamento si facciano intese e alleanze (e allora che ci sta a fare un Parlamento?) si lascia incartare soddisfatta dalla mini supercazzola coniata da Di Maio. La gente dice: hai visto, M5S non fa alleanze, resta puro, quando sarà al governo prenderà i voti di chi ci sta su quello o quell’altro argomento, che male c’è?

Formare un governo non avendo la maggioranza dei seggi parlamentari e non alleandosi con nessuno è una fesseria, una cosa che non c’è, una presa per i fondelli. Ma con quel simbolo dietro Di Maio può dire quel che vuole, stampa e opinione pubblica sono pronti ad accogliere le sue parole nella posa e nella disposizione d’animo con cui si accoglie l’ostia consacrata. La stampa che secondo la narrazione M5S sarebbe ostile e nemica giurata dei 5Stelle, a Renzi quelle parole non gliele perdonerebbe e farebbe passare, a Di Maio quelle stesse parole le vidima e le contempla affascinata.

La stampa, i giornali, le tv…confermano un’antica tendenza all’omaggio al vincitore pronosticato. Tendenza resa ancora più ampia dal sempre più sottile strato di auto consapevolezza e consapevolezza del reale da parte di chi la stampa, i giornali e la tv la fanno. In più il lavoro massiccio e lavorio che i vigilantes sul web e nel paese fanno: se dici che Di Maio ha detto una supercazzola poi ti toccano un sacco di fastidi, sul web e ormai anche in redazione e in carriera.

E comunque alla fine con la libera informazione e la volontà popolare non si scherza. La libera informazione ha dato il risalto di importante e completa notizia al Di Maio che sfida (la parola è made in Di Maio) tutti gli altri partiti a non essere d’accordo con M5S. “Ve lo chiederemo la sera del 4 marzo” ha sfidato Di Maio e la tv riprendeva e rilanciava la sfida. Sfida a non essere d’accordo con i 20 punti di governo M5S.

Eccoli, in breve sintesi: meno tasse e più qualità della, vita (formula made in M5S). E ancora meno burocrazia, meno Irpef per il ceto medio, via Irap su imprese, via gli sprechi, più sicurezza, più risparmi e più salute…Chi è d’accordo con questi punti deve essere d’accordo con il governo Di Maio e votare M5S.

La stampa riporta i 20 punti come fossero un programma di governo e come se esistesse qualcuno al mondo e che chiede voti in nome di una peggiore qualità della vita. Stampa e tv e Rete rilevano e rilanciano la sfida di Di Maio e credono o fanno finta di credere che nella realtà possa andare così: M5S 30% dei voti, Mattarella dà incarico a Di Maio di formare il nuovo governo, Di Maio non si allea con nessuno, alla Camera M5S ha 200 seggi, per fare maggioranza gliene servono altri 116, Di Maio va in Parlamento e solennemente dichiara: chi è d’accordo con noi su migliore qualità della vita più sicurezza e meno burocrazia e sprechi mi e ci voti la fiducia, di fronte a tanto programma e nell’impossibilità di negarsi al bene evidente e supremo, in 116 ma forse anche 120 o di più ancora degli altri votano la fiducia al governo Di Maio…

Sì, la stampa, la tv, i giornali, la Rete e la gente, la libera informazione e la pubblica opinione se lo dice e lo fa Di Maio provano un gran e rassicurante piacere di farsi prendere per in fondelli. Liberamente li porgono…i fondelli.