Governo: miracolo da Parlamento liquido o choc voto bis

di Redazione Blitz
Pubblicato il 13 marzo 2018 10:50 | Ultimo aggiornamento: 13 marzo 2018 10:50
Governo post elezioni 4 marzo: miracolo da Parlamento liquido o choc voto bis

Governo: miracolo da Parlamento liquido o choc voto bis (foto d’archivio Ansa)

ROMA – Miracolo da un Parlamento liquido o di nuovo alle urne. Una settimana e più è passata e probabilmente ne trascorreranno molte altre prima che il risultato elettorale del 4 marzo si trasformi in una maggioranza e in un governo.

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Movimento 5 Stelle e Lega sono gli indiscussi vincitori della tornata elettorale ma nonostante questo sono senza numeri e il Parlamento, che ancora deve insediarsi e riunirsi per la prima volta, è così diviso che per trovare una composizione servirà letteralmente un miracolo. Un miracolo laico ovviamente che potrebbe venire da un Parlamento liquido, dove le ‘squadre’ presentate prima del voto si sciolgono come il sangue si San Gennaro per ricomporsi in una maggioranza nuova.

L’alternativa, l’unica, è il ritorno alle urne. Poche idee e confuse è la formula che si usa per descrivere chi non sa che pesci prendere. Nel caso del nostro nuovo Parlamento è stato invece chiaro praticamente da subito che nessuno avrebbe avuto i numeri per governare. Non li ha il centrodestra a trazione leghista, prima coalizione in termini di voti ma comunque lontanissima dalle quote necessarie per avere la maggioranza alla Camera come al Senato. E non li hanno i 5Stelle, mattatori del voto con il 32% conquistato ma imprigionati nella loro ostinata solitudine.

Si è capito praticamente da subito che sarebbe quindi servita una ‘squadra’ nuova per uscire dall’empasse ma, nei giorni che sono seguiti al voto, nessuna soluzione è riuscita a prendere corpo e, nella migliore delle ipotesi, si procede per esclusione. La prima, la via più ovvia via per uscire dalla stallo è la naturale figlia di una legge elettorale sostanzialmente proporzionale ed è quella delle alleanze. Se le coalizioni o i partiti che si sono presentati agli italiani chiedendo i voti per governare non hanno la forza (numerica) per farlo, bisogna evidentemente che trovino altri consensi in Parlamento da forze che erano avversarie nelle urne ma che possono coesistere in un governo.

E’ la strada che Roberto D’Alimonte sul Sole 24 Ore definisce di ‘Parlamento liquido’. Un Parlamento cioè dove si possa formare una maggioranza fatta da almeno uno dei due vincitori, cioè centrodestra e M5S, con l’appoggio e l’aiuto di altri che possono essere un partito intero o una polverizzazione di questo. Su questo filone la prima ipotesi, che appare già tramontata, era quella di un governo pentastellato in piedi con i voti del Pd o di una sinistra latamente intesa. Specularmente un’altra via in questa direzione sarebbe quella di un governo di centrodestra con lo stesso appoggio del Pd che, essendo arrivato terzo e battuto, si ritrova ora corteggiato in quanto possibile ago della bilancia.

I dem però dopo i primi tentennamenti, sembrano indirizzati a ritagliarsi un ruolo all’opposizione, in linea con quello che è l’indicazione delle urne e anche nella speranza di poter leccarsi le ferite e rifondare un partito che è letteralmente uscito con le ossa rotte dal 4 marzo. Il miracolo del Parlamento liquido potrebbe allora arrivare forse solo dalla convergenza delle posizioni e dei voti dei due vincitori che insieme potrebbero fare un governo con una larga maggioranza. Lega e 5Stelle sono oltretutto vicini su una serie di posizioni, dall’euro ai migranti. Contro questa ipotesi, fortemente contro, la posizione di Matteo Salvini che da mattatore del centrodestra e primo ad essere riuscito a mettere nell’angolo Silvio Berlusconi dovrebbe adeguarsi al ruolo di stampella di Luigi Di Maio.

L’altra strada, unica e irta di insidie, è invece quella caldeggiata Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera e che porta di nuovo al voto. “Nella situazione politica creata dai risultati elettorali del 4 marzo – scrive Galli della Loggia – la cosa migliore da farsi è quella di andare in tempi brevi di nuovo alle urne. Lo consigliano a mio avviso i numeri, il loro significato, la situazione generale del Paese. E direi anche qualcos’altro: il buon senso”. Strada apparentemente logica ma costellata di dubbi, a partire da quello per cui non ci sarebbe certezza che un nuovo voto non producesse il medesimo risultato del vecchio. Per non parlare di quello che un nuovo voto significa in termini di credibilità internazionale, dei contraccolpi finanziari e non ultimo del clima che una nuova campagna elettorale esaspererebbe ancor più nel Paese. Forse ora come non mai sono davvero in pochi quelli che vorrebbero essere al posto del Capo dello Stato Sergio Mattarella chiamato, nell’arco di un mese più o meno, a sciogliere la situazione.