Intervento in Libia, l’errore della comunità internazionale

Pubblicato il 20 Aprile 2011 10:57 | Ultimo aggiornamento: 20 Aprile 2011 10:57

ROMA – “Abbiamo commesso un serio errore iniziale”: Boris Biancheri, ex ambasciatore italiano a Tokyo, Londra e Washington, già segretario generale della Farnesina e presidente dell’Ispi, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, non vede positivamente l’intervento occidentale in Libia.

Interpellato dalla Stampa sulla bontà dell’azione di Francia, Stati Uniti e Italia, Biancheri fa dei distinguo: “La Francia ha valutato le circostanze tali da consentire l’intervento convinta, erroneamente, che l’insurrezione facesse lievitare le élite anche grazie all’apporto dell’esercito. Gli Stati Uniti e l’Italia hanno ritenuto di non potersi sottrarre all’iniziativa, sarebbe stato come dissociarsi da un intervento umanitario e politico mandando il messaggio d’una frammentazione dell’Occidente. La Casa Bianca in particolare era molto riluttante ma poi ha ceduto alle pressioni del Dipartimento di Stato e della Difesa, l’Italia aveva un’eredità difficile in Libia per cui ha scelto di non essere in primo piano ma neppure assente”.

Nel complesso, però, la comunità occidentale ha commesso un errore nell’aver “sottovalutato il fatto che non ci trovassimo di fronte a una rivoluzione a carattere orizzontale come quella tunisina o egiziana, con larghi strati della popolazione insoddisfatti e un’élite liberale che a un certo punto prende la guida della protesta contro il potere. In Libia il modello è verticale: c’è una parte della Libia che sfida l’altra al potere“.

Per di più resta ignota alla comunità internazionale la vera identità dei ribelli: “Sappiamo che sono in Cirenaica, che alcuni di loro appartengono a clan un tempo vicini a Gheddafi, che altri sono in buona fede e ritengono la rivolta l’unica via per una Libia unita e democratica. L’unica cosa certa è che nella base popolare domina la componente verticale Cirenaica contro Tripolitania”.

Biancheri è poi netto su un punto, la conclusione della guerra: “è chiaro che dovrebbe finire diplomaticamente, dice alla Stampa. Ma servirebbe negoziare con le due parti avendo tutte le carte in mano. Vale a dire cercare un compromesso formale per l’uscita di scena di Gheddafi con un governo di transizione che comprendesse figure garanti per la Tripolitania. Ha il comando Nato la capacità di imporre condizioni ad entrambi gli schieramenti? E’ difficile orientare la fine della partita quando non si hanno tutte le carte per giocarlo”.