Negoziati sul Medio Oriente: i gruppi armati palestinesi raccolgono le forze

Pubblicato il 3 Settembre 2010 17:56 | Ultimo aggiornamento: 3 Settembre 2010 19:27

Mahmoud Abbas e Benyamin Netanyahu

Di fronte alle immagini distensive giunte da Washington che mostravano i dirigenti israeliani e palestinesi seduti allo stesso tavolo, Hamas ha deciso di fare la voce grossa. Mentre il premier Benyamin Netanyahu e il presidente Abu Mazen concludevano la loro consultazione, il braccio armato di Hamas (le Brigate Ezzedin al-Qassam) ha mandato in piazza a Gaza il proprio portavoce Abu Obeida per annunciare un accordo di cooperazione con altre dodici formazioni combattenti palestinesi.

”Il 30 agosto abbiamo allestito una sala operativa comune”, ha rivelato Abu Obeida, secondo cui sono prevedibili nuovi attentati, dopo i due appena condotti in Cisgiordania. Hamas e i suoi alleati colpiranno anche in Israele e il ritorno di attacchi kamikaze – ha avvertito – non può essere escluso.

Due di queste formazioni (Jihad islamica e Comitati di resistenza popolare) ruotavano già comunque nell’orbita delle Brigate al-Qassam. Le altre sono ritenute di dimensioni esigue, almeno a Gaza.

Significativamente alcuni dei gruppi menzionati da Abu Obeida (Brigate Saif al-Islam, Brigate al-Ansar, Humat al-Aqsa) sembrano in qualche modo collegati alla corrente salafita, vicina ad Al Qaida.

Nelle ultime settimane Hamas ha drasticamente elevato la virulenza dei suoi attacchi verbali verso Abu Mazen. Da Damasco Khaled Mashaal, il leader politico di Hamas, lo ha accusato di aver condotto la questione palestinese ”al mercato degli schiavi” quando ha accettato di negoziare sotto gli auspici del presidente Usa, Barack Obama.

Da Gaza un altro dirigente di Hamas, Khalil al-Haya, ha avvertito che ”le teste dei dirigenti dell’Anp saranno calpestate dai miliziani di Hamas” se Abu Mazen facesse concessioni a Israele. Ieri lo stesso Mahmud al-Zahar, uomo forte di Hamas a Gaza, ha affermato che ”la Cisgiordania dovrà essere liberata, così come fu liberata Gaza”, con il sanguinoso putsch anti-Anp del giugno 2007.

Nei siti web vicini a Hamas si prevede che ”Ramallah sarà una nuova Baghdad”: ossia si prefigura che un giorno elementi palestinesi filo-occidentali potrebbero essere presi di mira. Un altro sito auspica ”tribunali popolari” per i palestinesi che negoziano con Israele.

Già oggi i membri degli apparati di sicurezza dell’Anp sono bollati da Hamas come ”criminali e codardi” per la campagna di arresti avviata in seguito all’attentato in cui questa settimana quattro civili israeliani sono stati uccisi presso Hebron, in Cisgiordania.

Secondo l’organizzazione umanitaria Pchr in Cisgiordania l’Anp ha arrestato nel frattempo almeno 150 attivisti di Hamas, e centinaia di altri sono stati interrogati. Sullo sfondo di queste indagini a tappeto – spiega il quotidiano Haaretz – ci sono ingenti finanziamenti giunti a Hamas dall’estero, in particolare mediante uomini d’affari palestinesi.

I servizi di sicurezza di Abu Mazen sono stati colti di sorpresa e cercano di recuperare il tempo perduto. La loro sensazione, secondo Haaretz, è che in Cisgiordania cellule dormienti abbiano avuto adesso ordini e mezzi per destabilizzare la situazione.

Secondo l’analista Pinchas Inbari ”Hamas si rende conto che se Netanyahu e Abu Mazen arrivassero a un accordo definitivo, l’abbattimento del regime di Hamas a Gaza diventerebbe un interesse internazionale prioritario. Perché in caso contrario l’accordo resterebbe su uno scaffale, inutilizzabile”. Da qui la decisione di Hamas di fomentare violenze in Cisgiordania: gli obiettivi principali restano quelli israeliani. Ma se i negoziati registrassero progressi, avverte Inbari, anche Ramallah potrebbe non era più sicura.